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il manifesto 2012.03.14 – 08 INCHIESTA

ANGELA PASCUCCI

 

 

Quando nel febbraio 2011 Barack Obama incontrò, forse per l’ultima volta, Steve Jobs, gli chiese se la Apple avrebbe mai riportato negli Usa i milioni di posti di lavoro disseminati nel globo con le sue produzioni. La risposta fu un «no» senza sfumature.
Il presidente americano aveva, inutilmente, sfidato la convinzione al centro delle strategie della multinazionale: il Made in Usa non è più competitivo rispetto alla scala gigantesca su cui operano le fabbriche all’estero e alla flessibilità, alla convenienza, alla qualificazione dei loro lavoratori.
L’aneddoto è riportato in un’inchiesta che nel gennaio scorso il New York Times ha condotto sulle pratiche di affari e strategie della multinazionale e sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche dei suoi fornitori, (Nyt 21 gennaio 2012). Un report esteso che era stato preceduto dal monologo di un attore, Mike Daisey, la cui pièce «Estasi e Agonia di Steve Jobs» ha fatto sussultare le coscienze americane dopo un passaggio sulla radio nazionale che ha squarciato l’ambito teatrale dove era rimasto chiuso, ignorato dai più. Un j’accuse frutto di un viaggio di 18 mesi nelle fabbriche cinesi.

Tragico volo dalle terrazze
Non è la prima volta che la Apple è bersagliata da critiche per le pratiche dei suoi sub contractors, tra i quali occupa un ruolo crescente la taiwanese Foxconn, (altro…)

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TEATROOLTRE LO STATO E IL MERCATO

La compagnia teatrale Caotaiban fluttua, cambia spazi per le prove, si esibisce nei vicoli di Shanghai e nelle piazze improvvisate sottratte ai centri commerciali. Fondata nel 2005, il suo animatore principale è il regista Zhao Chuan, classe 1966

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IlManifesto, 1 Ottobre 2009

di  Giordano&Woo

“Hai visto il nonno?” La pronuncia dei caratteri cinesi genera spesso delle associazioni con altri caratteri omofoni. “Hai visto il nonno” è un altro modo di capire il suono del nome “Jianguo daye”,  founding of a republic, il film che celebra i 60 anni della R.P.C..  Lo smacco linguistico segna non solo un capovolgimento del tono celebrativo, ma soprattutto una disillusione ben visibile nei commenti in rete. Intendiamoci: la rete non è rappresentativa di un paese nè parla con una sola voce. Complessità di un mondo, quello digitale, che bisogna però considerare come uno dei terreni di conflitto nella Cina d’oggi. Il film mette in scena la nazione, ne dà una versione aggiornata al gusto e alle pupille sensibili del pubblico cinese (che, ad eccezione questa volta di Taiwan, esula dai confini nazionali passando per Hong Kong, Singapore e ovunque si trovino comunità cinesi che via via negli ultimi anni hanno fatto sentire la propria voce). “La Nazione è un’unità impossibile che deve essere narrata perchè esista, sia nel tempo che nello spazio. L’improponibilità della nazione come un soggetto unificato significa che la sua attività narrativa non è mai definitiva” (altro…)

di Giordano & Woo  http://www.ilmanifesto.it/fileadmin/archivi/cina/dossier_tiananmen.pdf

«Quel giorno che tu mi hai coperto gli occhi e il cielo con un pezzo di stoffa rossa, mi hai chiesto cos’è che vedevo, ho detto “la felicità”, questa sensazione mi ha reso tranquillo mi ha fatto dimenticare che non ho un posto dove stare, mi hai chiesto in che direzione voglio andare, ho detto “per la tua strada” /non riesco a vederti e non vedo la strada, mi blocchi le mani e mi chiedi cosa penso, dico “che tu decida”/ sento che non sei ferro ma come il ferro sei forte e duro, e sul tuo corpo c’è del sangue perché le tue mani sono ancora calde/…../ sento che questa non è una terra incolta non riesco a vederla ancora come arida, vorrei bere ma la tua bocca blocca la mia/…». Questi versi del «padre del rock» Cui Jian, del ’91, accompagnati dal video del regista Zhang Yuan, rendono bene la drammatica fine della stagione degli anni ’80,

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