1Il saggio qui tradotto è stato scritto nel 1995, vent’anni fa. Le quistioni che emergono non sono confinate solo a quegli anni,  offrono infatti un punto di vista per affrontare la società attuale, non solo cinese, come in parte risulta anche dalla traduzione parziale, che segue il saggio, di un’ intervista fatta all’autore quasi dieci anni dopo.  Shanghai, ancora una volta, al centro di questo saggio espone i processi che dai primi anni ’90 l’hanno costruita sia come città globale, ma sopratutto come spazio dove cementare l’egemonia dell’immaginario urbano. La pianificazione di Pudong, volano della città globale odierna, si accompagna alla distruzione creativa della mezza città di cui parla, o meglio ricorda e immagina, Cai Xiang. Il nuovo ordine spaziale urbano contiene nuove mappe e nuove definizioni, tutte relazionali, che coinvolgono i subalterni e le classi, l’uso strumentale delle nuove analisi sociologiche sulle stratificazione sociali (vedi il richiamo a Lu Xueyi nell’intervista), il ruolo degli intellettuali e dell’economia della conoscenza dentro la produzione di spazi urbani sempre più saturi di feticci, sempre più gentrificati.

Un link utile sulle nuove povertà urbane

Diceng 底层

di 蔡翔 Cai Xiang

原文

Il Fiume Suzhou scorre da ovest a est, attraversa mite questa città. A sud del fiume si ergono varie e graziose architetture. D’estate i tantissimi platani francesi offrono piacevoli ombre verdeggianti. Attraversi strade opulente o tranquille case col cortile, cerchi una piccola caffetteria, scegli il tavolino che sta accanto alla vetrina, quando d’inverno i raggi del sole entrano pigramente puoi avvertire una certa sensazione di nostalgia, e sul limitare del tramonto tutti i sogni si  spalancano insieme.

Ma nella mia memoria questa grazia e questa bellezza non ci sono affatto. Per me l’acqua del fiume Suzhou è perennemente sporca, nera, densa che sembra una spremuta collosa, in superficie ci scorrono sempre foglie di ortaggi, sudiciume, feci e urina… D’estate nella morsa afosa del tramonto, la puzza si diffonde e arriva dentro le case. Tantissime fabbriche stanno sulla riva a nord, il fumo che emettono è nero, le polveri ricadono a terra, le strade sono smorte e incolori. Pochi gli alberi, tante le case che si affastellano insieme, i vicoli (lilong) sono attaccati insieme a formare piccole e strette strade.
Già, la mia città si trova a nord del fiume Suzhou. Qui la gente e le strade sono povere. Alle prime luci dell’alba, il carro che raccoglie le feci entra nei piccoli vicoli, tanti uomini e donne si sfregano gli occhi assonnati, portano il pitale, escono uno dopo l’altro da casa. Poi fanno la fila davanti al rubinetto pubblico di acqua corrente, infine una miriade di biciclette brulicano per i vicoli, ognuno a iniziare le proprie attività.
Quando me ne sto da solo nella riva nord del fiume Suzhou, ho spesso una strana allucinazione. Vedo passare sull’acqua torbida una piccola barca di legno, un uomo e una donna che vengono da un paese lontano arrivano a Shanghai. Approdano su questa riva, intrecciano le canne di bambù e si fanno una baracca. Questi sono i miei antenati, gli antenati della mia mezza città.
Escono dalle baracche ed entrano in fabbrica, nei moli, nei bagni pubblici… Al tramonto, si portano la fatica e l’umiliazione della giornata, appannati dall’alcol siedono in una vineria, imprecano ad alta voce, si cantano le canzoni del paesello natio. Sputano per terra e fanno battute sporche. Infine escono storti dalla vineria, alla fioca luce delle stelle pensano alle stradine del loro paese natale, ora che in questa città non riescono più a vedere la luce della luna.
La mia città, la mia mezza città, tra fame nera e umiliazione ha nutrito sommosse e scioperi. Nella lunga notte nera, la rivoluzione ha portato la sua fulgida promessa penetrando nei sogni di ognuno.

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Sommessamente i miei antenati sono già dipartiti, ma la parte a nord del fiume Suzhou è ancora esclusa da questa città, nonostante che in tanti da lì vengano qui e da qui vadano lì. La storia ha lentamente generato una nuova parola: diceng (subalterni), questo termine racchiude sporcizia, inciviltà, povertà, rozzezza etc etc Tutta la gloria (rivoluzionaria) passata non esiste più, la città fa invece appello alla propria bellezza e alla propria eleganza, il lungo sogno collegato alla memoria dei platani francesi ricompare.
Ma io sono ancora pervaso da un sentimento di gratitudine quando osservo la mia mezza città. Già, diceng per me non è un’idea ma un paesaggio di vita oscillante, è da dove provengo, tutta la mia vita è qui che è cominciata. Spesso mi sveglio nella notte, e in silenzio ascolto sparire dalla finestra l’epoca della mia infanzia.
Quando ero molto piccolo, la mia famiglia viveva in una vecchia casa bassa e malandata. Quando tirava vento, dalle finestre usciva un rumore terrificante che spesso mi svegliava per la paura nel mezzo della notte.
Poi la rivoluzione ha iniziato a mantenere le proprie promesse, ci siamo trasferiti in un nuovo enorme villaggio (operaio). Vedo gli alti palazzi, le nuove scuole, i nuovi negozi e noi sulle nuove strade che ci rincorriamo come pazzi. In quel momento della mia infanzia gridavamo veramente col cuore: il socialismo è buono (shehuizhuyi hao!).

In quell’epoca eravamo molto soddisfatti perchè  i raggi della rivoluzione rifulgevano su di noi per diversi aspetti. A nord del fiume Suzhou le baracche rappresentano ancora i miei diceng, è lì che posso rassettare la memoria della mia infanzia. Solo molti anni dopo questo posto è stato livellato, le persone hanno lasciato la propria casa, sono andate in periferie più lontane, ma questo appartiene alle promesse di un’epoca differente.

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La mia lettura dei diceng credo debba iniziare dagli operai. Sono nato in una famiglia operaia, molti anni prima della mia nascita mio padre aveva lasciato il proprio villaggio ed era approdato in questa città. Gli operai di quell’epoca mantenevano ancora alcune caratteristiche della prorpia origine contadina. I legami con la campagna non erano stati completamente tagliati, ognuno aveva la propria calata del paese natale e viveva in questa città. Quando ci fu la carestia erano in preda all’ansia e parlavano dei raccolti del paese natale. Spesso capitavano dei contadini che venivano a fare le elemosina qui da noi, e i miei erano sempre ben disposti ad accoglierli, gli servivano qualche piatto e poi chiacchieravano approfonditamente sulla campagna. A volte venivano in visita i parenti dalla campagna e portavano i prodotti di lì, la famiglia che li riceveva con gioia li condivideva coi vicini. Mi sono sempre piaciuti gli operai di quell’epoca, forse perchè quegli operai conservavano ancora la probità e la generosità dei contadini.
A quell’epoca la cucina e i bagni erano in comune, anche se fra le donne erano inevitabili certi screzi, quasi sempre c’era un’atmosfera piena di affetto come tra familiari. Le porte di casa erano sempre spalancate, grandi e piccini ci giravano e chiacchieravano. C’era sempre una o due famiglie che  formavano una specie di circolo informale, dopo la cena la gente si riuniva da loro, beveva il tè, fumava, discuteva di cose avvenute in fabbrica, o sospiravano sui cambiamenti avvenuti nel mondo. Qualcuno faceva da cantastorie, qualcuno cantava le arie del proprio paese natale, quando si sentiva il suono della cetra noi accorrevamo sempre a sentire quella musica che ci permetteva di entrare in un mondo incantato.4

A pensarci bene, non è che in quell’epoca si fosse estinta la povertà, i miei diceng si dibattevano ancora nella povertà. I salari degli operai erano limitati, dovevano allevare i figli, soccorrere genitori e amici stretti della campagna, nelle loro case non c’era un mobilio degno di questo nome, d’inverno si andavano a comprare materassi di paglia economici su cui dormire sopra. A fine mese e a inizio mese era il periodo più movimentato per le donne nei palazzi, ” Signora Zhang, prestami 5 yuan, te li restituisco a inizio mese”, oppure ” Signora Li, è arrivato lo stipendio, ti restituisco i soldi prestati a fine mese”. Ciò veniva chiamato “ritorno” dalle donne, ma penso che il senso sia nell’estinzione del debito. Il linguaggio della finanza così entrava vivacemente tra i miei diceng.

In quell’epoca la povertà non ha portato alla rabbia dei diceng, al contrario avevano un forte attaccamento verso la nazione. Non so, forse si tratta di una forma di virtù. Fino ad oggi, i miei genitori quando ricordano quel passato non esprimono alcuna lamentela.
Guardavano con disprezzo la corruzione e aborrivano le ruberie. Ricordo che nel mio palazzo c’era un lavoratore addetto alla mensa, siccome aveva rubato era stato punito e tutta la sua famiglia venne esclusa dagli altri residenti. Molti anni dopo, mio fratello maggiore andò nel Heilongjiang. Una volta una persona che viveva nel dormitorio degli operai perse l’orologio, ma nessuno dubitò di mio fratello. Pieno di riconoscenza, mio fratello scrisse una lettera a nostra madre per l’educazione che gli aveva impartito. I diceng non possiedono nulla se non l’onore. I diceng di quel tempo credo si possa dire si sentissero estremamente soddisfatti. Era tutto stabile. I nostri genitori non ci avevano trasmesso chissà quali grandi aspirazioni, il sogno che avevo fin da piccolo non ha mai superato l’ambito della mia subalternità. Amavo ardentemente la pittura, ma non per questo aspiravo a diventare un artista. Leggevo molto, ma solo per soddisfare la mia passione. D’estate infilavamo gli zoccoli di legno e ce ne andavamo in giro, nuotavamo nei piccoli fiumi, catturavamo le cicale, col torso nudo ce ne andavamo a raccogliere cetrioli e melanzane. Ancora oggi mi piace quel modo di vita puro, sereno, libero e spensierato.

Non voglio qui enfatizzare troppo la povertà urbana, evito che la mia subalternità sia di maniera. Infatti quando ho lasciato la città e sono andato nei villaggi di campagna a nord, solo allora ho capito cosa significa veramente la povertà, solo allora ho compreso realmente la soddisfazione e la riconoscenza espressa dai miei genitori verso la vita. Quando ho assaporato la fame ho finalmente capito cosa significa il cibo per la vita di un essere umano. Rannicchiato nella mia capanna di argilla, al lumicino sentivo fischiare il vento del nord, solo allora ho provato veramente cosa sia la subalternità. Già, in Cina il mondo dei subalterni si trova nella campagna. Al confronto la città, la mia mezza città, deve comunque essere riconoscente per il proprio destino.

5Spesso percorro la mia mezza città al crepuscolo. Seguo la riva nord del fiume Suzhou, attraverso gli slum uno dopo l’altro. Il loro aspetto non è cambiato, ma l’ambiente è certo più vivo. Nei vicoli si sta ancora stretti, con le pertiche di bambù ad asciugare vestiti di ogni colore. Tanti bambini si infilano nei vicoli, nelle abitazioni senti il rumore delle pentole e dei piatti, alcuni uomini riparano le biciclette, altri fumano, bevono tè e chiacchierano sull’uscio di casa, e questo mi fa pensare spesso agli anni passati in campagna durante la mia giovinezza.
In estate il crepuscolo rende il paesaggio unico, molti si portano il tavolo fuori da casa con sopra pesce, carne, gamberetti e altre pietanze, le donne fanno le voci coi bambini, i maschi bevono fino a che il petto nudo non gli diventa tutto rosso. Mi piace questo paesaggio. Anche se ognuno ha sempre il pensiero recondito di far soldi, non penso che questa sia una cosa volgare. Spesso trovo giustapposti e in contraddizione diversi aspetti del mio carattere. Come intellettuale, tendo a mantenere la mia posizione culturale. Ma come figlio di subalterni non discrimino affatto gli aspetti più materiali della vita. Dopo aver fatto esperienza della povertà e della fame, so bene cosa rappresenta la ricchezza per i diceng.

Nella mia vita, la campagna del nord mi ha scosso come nient’altro prima. Ho infatti capito che per tutti i tormenti che la povertà mi ha portato, l’aspirazione alla ricchezza per un diceng è un ideale della vita umana.
C’era una ragazza nel villaggio della famiglia, orgogliosa come una principessa era ammirata e apprezzata da tutte le altre ragazze, perchè lo zio lavorava in città e le mando’ da un posto molto lontano una camicetta vera in terital, l’unica in tutto il villaggio. Così lei divenne un personaggio nel villaggio, le altre ragazze parlavano sempre del suo vestito, e nel frattempo filavano per sè stesse il proprio sogno. Un giorno la madre ebbe un attacco di epilessia, durante l’attacco strappo’ quel vestito. E quello divenne per tutte le ragazze del villaggio il giorno infausto, le ragazze addolorate e tristi per la distruzione del sogno, amareggiate mi dissero “e quel vestito di terital aveva pure i disegni!”. Non so, forse questa idea di bellezza per un intellettuale sembra volgare. Ma in questo caso io non riesco a separare nettamente la bellezza dal possesso di beni materiali.
La fame è una minaccia per la dignità umana. In primavera, in tanti andavano a fare l’elemosina. Quell’anno che vi fu l’inondazione nel nord dell’ Anhui tantissimi campi vennero allagati. Grazie alla posizione geografica, il mio villaggio evitò quella devastazione. Per questo a pranzo e a cena venivano sempre alla porta uomini e donne. Gli uomini non dicevano nulla, se ne stavano sull’uscio a strimpellare la cetra mentre le donne con in mano una zucca vuota dicevano “fratello, un boccone per i bambini”. Mi sono sempre chiesto se sia questa la dignità dei subalterni, se loro pensano che sia solo un modo di scambiare qualcosa o se sia elemosina, se in questo modo mantengano la propria dignità. Non elogio affatto la povertà, al contrario provo una profonda avversione e non ho alcun motivo per discriminare il desiderio del povero di avere una propria ricchezza materiale. So meglio di chiunque altro cosa significhi per un subalterno la povertà e cosa significhi l’abbondanza. Per un subalterno la rivoluzione o altri tipi di fascinazione non hanno altro obiettivo se non di rendere la vita, la vita reale, più ricca e migliore.

Nel 1985 sono tornato nel mio paese natale. Appena arrivato, le mie prime parole dei compaesani sono state: “bisogna pur mangiare”. In quell’istante mi sono commosso. La memoria della fame non l’ho mai rimossa, come potrei non essere toccato da queste parole? Anche se il mondo sembra sempre più volgare e cinico, resto ancora colpito e commosso da queste parole.
So bene che molte visioni del mondo sono sempre più lontane dalle necessità dei diceng. Ma a me resta la volontà di continuare a comprendere tutto ciò che li riguarda, anche quando si tratta dell’ardente aspirazione all’arricchimento. Uso con molta attenzione le mie parole, molte di queste parole sono dette come monito fra gli intellettuali, infatti noi non possiamo cancellare la nostra posizione e le nostre responsabilità. Sono d’accordo che il mondo debba avere più bellezza e poesia, ma è un sogno lontano a realizzarsi. Sono convinto che quando finalmente i miei diceng avranno maggiori beni materiali si arriverà a questo sogno. Ma nelle condizioni attuali non posso certo spingere i miei diceng che ancora si dibattono nella povertà ad accettare questo sogno così lontano.

Sull’utopia [socialista] è come se fossi innamorato, stregato dal suo mito di uguaglianza e di giustizia. Anche se da tempo ho scoperto quanto questo mito sia vago, voglio comunque sostenerlo per tutta la vita, non so perchè.
La mia adolescenza è passata con questo mito, nonostante fossimo poveri non abbiamo risentimento e rimpianti. Ci consideriamo i padroni dello Stato, abbiamo condiviso le difficoltà della giovane Repubblica, noi, tutti.
Vedo la Rivoluzione Culturale da una prospettiva diversa da quella dominante oggi, in un certo senso la Rivoluzione Culturale aprì per noi un’altra finestra che ci permise di oltrepassare  la subalternità, di vedere tutta la città intera. Dazibao, volantini, una moltitudine di riviste e notizie di strada di ogni tipo ci hanno riportato dal nostro sogno rosso alla realtà. I giovani radicali che entrarono nelle Guardie Rosse attaccarono con rabbia la burocrazia e le famiglie della classe capitalista, rimasero colpiti da quello che videro e sentirono, da quegli appartamenti e da quegli stili di vita lussuosi. Tutto cio’ che era legato al mito dell’uguaglianza e della giustizia in quel momento venne distrutto, le differenze di classe infatti c’erano ancora, e il volto dei diceng era rimasto lo stesso. Certo non tutti condividevano le stesse difficoltà. In quegli anni ho provato una certa vergogna per le Guardie Rosse, eppure penso che la vendetta non sia derivata dalla povertà ma sia stato uno sfogo cieco e istintivo generato dal fatto di aver scoperto che il socialismo era stato distrutto.
A volte mi sembra che quasi tutte le richieste collegate alla morale vadano a ricadere sopra ai diceng, che i subalterni in silenzio sorreggano il mondo rispettando gli ordini morali che questo mondo impartisce a loro. Quasi tutti i genitori cercano di impedire i comportamenti infantili distruttivi, perchè ritengono che l’offesa verso il prossimo sia un comportamento largamente incivile. Proibiscono ai propri figli di prendere le cose altrui. Anche le Guardie Rosse a quel tempo non hanno mai rubato nelle case dove irrompevano.

6 shanghai le da' il benvenuto

I miei diceng ringraziano sempre il destino, sono soddisfatti della realtà, non rubano, non costringono, non bighellonano, la previdenza sociale è per loro il vanto che la nuova società gli ha dato. Non hanno motivi per lamentarsi della rivoluzione, non hanno l’illusione adolescenziale dell’uguaglianza e della giustizia. Con stupore al tempo della Rivoluzione Culturale scoprii che in questa città  quasi tutti gli operai retti aderirono alla corrente conservatrice. Questi sono i diceng, i miei buoni diceng.
Quando infine scoprimmo che la rivoluzione non aveva affatto eliminato le differenze di classe, e che al contrario il potere aveva creato e sostenuto uno strato di privilegiati, rimanemmo interdetti. Ma non importa che i miei  diceng non siano mai entrati nell’epoca dell’uguaglianza, quel mito non si è mai completamente estinto. L’ideale rimane.

Sono passati moltissimi anni, la rivoluzione è diventata un ricordo lontano, i diceng si dibattono ancora nella povertà, uguaglianza e giustizia sono una promessa ancora non mantenuta. Il vecchio ordine di vita si sta sgretolando e il nuovo ordine economico sta producendo la propria società dominante. Torna sulla scena della realtà attuale la differenziazione di classe, il potere entra in grande pompa nella competizione, i rampolli di ieri sono diventati celebri ricchi e gran signori, utilizzano ogni loro aggancio per predare la ricchezza sociale. Potere e denaro si accoppiano vergognosamente. Il concetto di “povero” viene nuovamente prodotto.

Ormai non parlo più di uguaglianza e giustizia, ho scoperto amaramente quanto siano promesse impossibili da realizzare. Quel che non si è mai avuto ieri, non potrà aversi di nuovo domani. Forse le differenze di classe esisteranno sempre, e questo mondo sceglie di destinare ricchezza e potere a una minoranza di persone. Forse, queste differenze provvedono a persone eccezionali di modificare il proprio destino e avere la possibilità di salire in alto. Ma la mia nascita, la mia educazione, la mia esperienza avevano stabilito che non sarei potuto diventare assolutamente un membro dell’ élite (intellettuale). Forse ne ho sentite e viste troppe, di gran signori che sperperano da un lato e operaie licenziate a coprirsi le lacrime del viso per le rette della scuola dei figli dall’altro. Di fronte ai diceng, sono perturbato.
Sono certo che l’estrema competizione, anche quella ingiusta, possa portare alla prosperità nel mondo, e che i poveri potranno prendere sempre più briciole, sono certo che finalmente avranno in casa gli elettrodomestici e la tavola sempre meglio apparecchiata. Ma dopo aver visto di persona le angherie e lo sfruttamento, l’umiliazione e gli oltraggi, sento dentro di me che difficilmente potrò aprirmi nuovamente al mondo.
Forse la mia è ostinazione.
Tanti bei sogni sono già stati soppressi, i richiami e le brame del nuovo mondo non si agitano affatto nei miei sogni. Il mondo è sempre lo stesso. Ci sono solo più automobili, più palazzoni e forse più ricchi, certamente ancora più poveri.

Ho camminato per la mia mezza città, e già essa non si vede più. Le baracche sono state rase al suolo, so che una nuova città domani sarà costruita sopra.shanghai nuove rsidenze periferia baoshan
Per tutto ciò che è nuovo non ho più quella passione giovanile di un tempo, non so quanto la bellezza possa realizzarsi a seguito dell’avvicendarsi di nuove epoche.
Più volte ho ricordato a me stesso che so come qualsiasi forma di radicalismo non possa che portare al mio mondo dei diceng più grandi sventure. Se i miei diceng sono un po’ più ricchi e prosperi ne sono felice.
Pero’ vedo con terrore come fra i miei subalterni la rettitudine e il buon cuore stiano poco a poco sparendo. I desideri che inseguono non sono più gli stessi, la rincorsa alla ricchezza ha generato l’avidità. L’aria del primo mattino non è più fresca, nel vociare del mercato ovunque c’è puzza di pesce marcio e si sente il chiasso delle contrattazioni. Ai banchi del pesce, della carne, degli ortaggi e della frutta ti fissano le tasche. Per guadagnare qualche moneta in più i diceng si vendono il proprio buon cuore. Fra i miei diceng già non ci sono più la rettitudine e il buon cuore così come l’ amicizia e la solidarietà fra compaesani, l’interesse li sta corrompendo.
Angherie e ruberie si stanno ripresentando in questo mondo. Non mi stupiscono più. Penso addirittura che sia normale che i ricchi difendano i privilegi della propria vita. Ma tutto questo sta corrompendo progressivamente i miei diceng. Quando te ne vai nelle piccole fabbriche sporche nei sottoscala capisci bene cosa sta avvenendo fra i miei diceng. Non riesco proprio ad accettare la guerra fra poveri.
E’ veramente una bella contraddizione sperare che i diceng possano arricchirsi e al contempo temere che a causa di questa ricchezza la memoria che conservo di quei diceng scompaia. Parlo a sproposito al posto di chi è interessato? Solo mi sembra che i miei diceng per inseguire la ricchezza stiano pagando un prezzo troppo alto in termini di rettitudine e buon cuore. Ma forse in questa epoca dove il lavoro non è più sacro, la ricchezza non puo’ che basarsi sulla speculazione e sulla spoliazione dei beni comuni.
Il lusso dei ricchi contagia i miei diceng come una peste, diventa una moda insensata. Spesso nell’entrata tutta in disordine dei vicoli shanghaiesi (lilong) vedo delle donne vestite con giacche di pelle false che tengono strette un cagnolino, imitano la camminata dei ricchi passando in mezzo alle bancarelle. Mi sembra quasi un affronto, questo rimodellamento mi provoca un senso di vergogna.

9 attese e consumi
Oggi fra i miei diceng è ricomparsa la teppa. Non riesco a capire, possibile che i miei diceng debbano andare sempre verso le associazioni mafiose che la Storia gli serve? Possibile che i miei diceng siano destinati sempre a entrare in quelle scene da film popolari con assassinii, intrighi, rapimenti etc… ? Al tramonto di un giorno estivo sono rientrato in casa, sul portone ho visto tre ragazzini nascondersi nel corridoio oscuro sotto le scale. Mi hanno visto inquieto buttare la siringa, ho visto il loro braccio nudo appena bucato. Ci siamo guardati in silenzio. Non ho avvertito in loro la vergogna ma solo il timore che la droga ha immediatamente fatto scomparire.
I miei diceng stanno andando via dagli sporchi slum, ma le porte blindate dei nuovi appartamenti dei palazzoni eliminano completamente la profonda solidarietà fra compaesani. Freddezza e sospetti reciproci sostituiscono i rapporti quasi familiari del passato. Nelle sere d’estate non c’è più il suono degli strumenti musicali ma il chiasso del karaoke, e lo so che si tratta dello sfogo per la solitudine e la noia dei miei diceng.
Forse i miei diceng non esistono se non nella mia mente e nella mia ricerca.

Forse tutta la memoria della mia giovinezza è solo il mio sogno e la mia ricerca, esiste solo nella fantasia.
Forse è solo nei sogni che i diceng sono stati di buon cuore e retti, questa realtà posso solo fissarla da lontano senza poterci entrare. Ho infranto il mio tabù. Ci sono entrato dentro e i miei diceng non li ritrovo più .
È una debolezza, non accetto la solitudine, devo avere una appartenenza, per realizzare il mio sogno devo cercare il terreno adatto. Mi sono creato tanti miti, e poi li ho visti crollare.
Ora esco dal mito, e non so che direzione prendere.

1995

10 shanghai bund nord

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Estratti da un’intervista a Cai Xiang pubblicata su Tianya (Frontiers) nel Marzo del 2004

Liu Xu: Partiamo dal tuo ” diceng “. Il tuo “subalterni” è stato uno dei primi scritti a utilizzare questo termine come oggi lo intendiamo. A quel tempo perchè hai pensato di utilizzare questo termine per designare le classi sociali urbane più basse?

Cai Xiang: Questa prosa, o meglio questo saggio lo scrivo dopo il dibattito sullo “spirito umanistico” dei primi ’90, quando l’economia di mercato ha già iniziato a funzionare e quando una parte degli intellettuali più avveduti, sopratutto nel campo della letteratura come ad esempio Li Tuo, Zhang Chengzhi, Han Shaogong e altri  si accorgono della nuova differenziazione sociale. Non importa fossero pochi, e io fra loro, in quel momento si inizia a mettere attenzione sui subalterni. L’occasione concreta per cui ho scritto il saggio non la ricordo, ma a parte lo stimolo specifico di quel momento, penso sia importante il dibattimento legato alla memoria (collettiva). Infatti per la mia generazione la memoria ha avuto una profonda influenza sulla scrittura. Molti oggi parlano della “memoria del periodo socialista”, ma per noi è una questione più complessa.Per esempio, la memoria della dittatura durante la Rivoluzione Culturale ci spinse a partecipare al Movimento di emancipazione del pensiero degli anni ’80, nella ricerca della libertà ed emancipazione della persona, nella ricerca di una sorta di potere dell’individuo, e questa memoria credo che fino ad oggi abbia un suo valore. Parlando in modo realistico, la nostra generazione ha avuto il battesimo del liberalismo, se guardiamo alla Nuova Sinistra attuale, scopriamo che porta i segni di questo passaggio. Ancora oggi, credo che alcune eredità del liberalismo valgano la pena di essere considerate. Ma abbiamo anche un’altra memoria, quella legata alla promessa di uguaglianza e giustizia del socialismo, fatta alle masse ma sopratutto alla classe operaia e contadina.Viviamo oggi in questo dibattimento di una memoria complessa quando non dicotomica. Nel movimento di emancipazione del pensiero degli anni ’80, questa complessità della memoria coesisteva, intendevamo la modernizzazione e la libertà di mercato come una forza di emancipazione, come una garanzia per la realizzazione della libertà, dell’ uguaglianza e della giustizia. Ma con gli anni ’90 ci siamo improvvisamente accorti di quanto fosse irrealistico questo modello di sviluppo sociale. Zhang Chengzhi è stato è stato uno dei primi a resuscitare la categoria di “poveri/ricchi”. […] D’altra parte non posso evitare un’altra contraddizione, o meglio altre memorie. Per nascita e per esperienza la mia generazione ha una tendenza innata verso la cultura popolare. Ma l’educazione che abbiamo ricevuto, sopratutto l’avviamento alla letteratura ricevuto negli anni ’80, a livello inconscio aveva già lasciato una traccia indelebile di cultura elitaria. […] Cultura popolare e cultura elitaria sono indistricabili nella mia formazione. E questa situazione mi mette in una posizione estremamente contraddittoria quando parlo dei subalterni. Per questo alla fine del saggio dico che Mi sono creato tanti miti, e poi li ho visti crollare.Ora esco dal mito, e non so che direzione prendere. […] In questa situazione contraddittoria, quando ho scritto il saggio ho pensato che l’unica cosa che potevo fare era esprimere realmente me stesso essendo difficile trovare una soluzione chiara. È così anche oggi […]

7 che shanghai torni a immaginare

Il ritorno della categoria “ricchi/poveri”  indica il fatto che tornammo a considerare l’esistenza e l’emergenza della classe. La “classe” negli anni ’80 quasi scomparve, eravamo ingenui perchè pensavamo che la modernizzazione e persino l’economia di mercato avrebbero eliminato le classi. Ma nei ’90 abbiamo ritrovato la classe, concetto che ha riattivato molte memorie e teorie. Pensa al marxismo, che fino a oggi è un lascito di pensiero degno di rispetto, attenzione, studio e degno di essere tramandato.

Liu Xu: Il termine “subalterno” viene da Gramsci, nella traduzione dei Quaderni di Cao Leiyu viene tradotto con “sottoclasse” e simili. Ma la teoria dei subalterni in Gramsci è inserita in realtà dentro la teoria della dittatura del proletariato, attraverso l’esposizione del ruolo dei subalterni nei diversi sistemi di dominio, Gramsci tratta la questione dell’ottenimento dell’egemonia dei subalterni dentro la guida del partito, mentre le altre questioni relative ai subalterni le mette in secondo piano. Decenni dopo, i subaltern studies hanno preso corpo, sono state date definizioni e analisi accademiche, pensiamo al Rapporto sulla stratificazione sociale della Cina contemporanea curato da Lu Xueyi che, sulla base dell’occupazione sviluppa una divisione della società cinese legata al possesso delle risorse organizzative, delle risorse economiche e delle risorse culturali. I subalterni possiedono molto poco o per nulla queste risorse; i subalterni provengono dal settore dei servizi commerciali, operai dell’industria, forza-lavoro agricola, inoccupati e semi-occupati tra città e campagna. Con questo quadro, il 78% della popolazione cinese risulta subalterno. Che ne pensi di questi criteri di analisi della società attuale?

Cai Xiang: Sono abbastanza d’accordo con le analisi di Lu Xueyi. In passato intendevamo la classe esclusivamente in relazione alle risorse economiche, le risorse organizzative che cita Lu Xueyi riguardano in realtà il potere. Sappiamo già come opera il potere nella vita quotidiana. Ma cita anche le risorse culturali. Sopratutto oggi, nell’epoca dell’economia della conoscenza, il possesso delle risorse culturali significa la possibilità di ottenere le risorse organizzative ed economiche. In un articolo che pubblicherò a breve parlo di come gli intellettuali stiano seguendo la trasformazione della società attuale e stiano diventando un nuovo gruppo di interesse, o per dirla in modo più diretto siano già una nuova classe; questa nuova classe influenza la società contemporanea e la relazione con gli altri strati sociali. Da questo punto di vista, in base a questi criteri di analisi emergono i “subalterni” (diceng) che fondamentalmente sono composti da quei gruppi sociali che non possiedono le tre risorse citate sopra.[…] La distribuzione delle risorse e il loro possesso vedono una situazione di polarizzazione fra ricchi e poveri sempre più forte. Dal punto di vista delle risorse culturali, l’influenza generale sulla società è ancora più forte.[…] Nella fase di trasformazione attuale, il mito più grande è quello dell’avere “successo”, diverse ricerche hanno evidenziato come il 70% delle persone vedono Bill Gates come il proprio modello da seguire. Si tratta in sostanza della questione delle risorse culturali: possiamo cambiare il nostro destino tramite l’istruzione. Ma la questione vitale nascosta è il tacito assenso e la legittimazione che così viene data all’ordine sociale esistente.

[…]I subalterni sono entrati in un sogno. Pensano che il possesso delle risorse culturali, quindi l’istruzione, implichi il cambiamento della condizione di vita. Ma questo sogno significa anche l’aver accettato l’ideologia e la morale fornita interamente dalla classe dominante. Non si tratta più solo di voler cambiare la propria condizione economica ma anche il proprio modo di vita e la propria posizione sociale. L’obiettivo è salire la scala sociale, entrare a far parte della classe media. Difficile criticarlo, ma questo obiettivo quando diviene ideologia produce una conseguenza: i subalterni non potranno più avere una propria voce. E’ un pericolo imminente per la Cina attuale. Appena diventato gruppo di interesse, gli intellettuali si sono separati nettamente dai subalterni. […]

Penso che gli intellettuali abbiamo molte cose da fare, la più importante è vedere se c’è possibilità di aprire più canali attraverso cui gli interessi dei subalterni possano esprimersi a pieno affinchè i subalterni non siano più “maggioranza silenziata”. Questi “interessi” non riguardano solo la dimensione politica ed economica, ma anche culturale. La cultura d’élite e la cultura di massa hanno un doppio ruolo sui subalterni, castrante l’una e distorcente l’altra; senza una propria cultura con difficoltà i subalterni possono esprimersi veramente[…]

[…]La questione quindi più importante che gli intellettuali si trovano difronte è quella di chi essere portavoce. Negli anni ’80 la questione venne affrontata anche in modo critico e non senza ragione. Eppure quelle critiche ebbero uno sviluppo estremo. Non dovevano più essere gli intellettuali i portavoce della buona coscienza umana. Lasciato questo ruolo gli intellettuali si sono ritirati nell’individualismo, ma questo sappiamo bene che non significa affatto rappresentare solo se stessi. Ritirarsi significa ancora essere “portavoce”, ma della borghesia o persino dei ricchi, non più dei subalterni. Come possono oggi gli intellettuali essere ancora portavoce dei subalterni? È la grande sfida che si pone agli intellettuali. Con lo studio e l’avviamento culturale ricevuto, quindi con gli interessi economici e la posizione sociale acquisita, la distanza rispetto ai subalterni si è fatta grande. Se vuoi essere portavoce dei subalterni e provare a fare in modo che la loro voce si esprima, quali cose devi fare? I subalterni oggi si esprimono con difficoltà, nella configurazione attuale del mondo della conoscenza solo la narrazione degli intellettuali puo’ realizzare cio’. Di che tipo di narrazione si tratta? Allora la questione diventa: come gli intellettuali possono entrare nel mondo dei subalterni? Quali sono il loro mondo, i loro interessi e le loro richieste? Solo su questa premessa di entrare nel mondo dei subalterni, possiamo ragionare sulla metodologia di studio e sul modo di far esprimere la loro voce. Gli intellettuali devono tornare di nuovo a lezione, questa è la mia visione.

[…] I subalterni sono stati espropriati delle risorse politiche, economiche e culturali. Non possiedono più alcuna risorsa e possono solo cambiare sè stessi. Per questo oltre alla colonizzazione politica ed economica, subiscono quella culturale. Viene distorto il proprio stato mentale in modo assai forte. Ciò si collega alla questione della natura della modernità. Solo nella società moderna il cambiamento di sè stessi, della propria condizione diventa una promessa sociale. Nel mondo pre-moderno, occidentale come cinese, si poteva cambiare sè stessi solo tramite l’istruzione o tramite la carriera militare. Ma ogni strato sociale era fissato nel proprio posto. Solo arrivati nella società moderna è emersa la mobilità fra le classi. In Cina puoi trovare operai che provengono da famiglie latifondiste decadute, o capitalisti che vengono dalla campagna. Il tratto caratteristico della modernità è la mobilità sociale. Ma questa diviene presto un mito, oltre che una promessa. Perchè quanti effettivamente possono cambiare il proprio stato sono pochi. Il fatto che alcuni ci riescano diviene mito per gli altri, diviene colonizzazione culturale. Pensa all’istruzione. I subalterni premono sui propri figli affinchè studino “con successo” in modo che possano cambiare la propria condizione sociale, ma questa ideologia fa in modo che la propria cultura non sia più conservata.

[…] Se i subalterni non hanno modo di cambiare la propria condizione, allora ripongono le proprie speranze e attese sui figli. Ma in realtà, i figli che studiano non possono cambiare lo stato dei subalterni. Una famiglia contadina che permette al figlio di compiere gli studi universitari riuscirà a cambiare la condizione del figlio, ma non certo la propria. Eppure queste attese di “successo” diventano un simbolo, che si produce e riproduce di continuo.[…]

11 finale

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