Margini visuali Chongqing Independent Film&Video Festival

Pubblicato: novembre 20, 2011 in Arte e Societa' 艺术与社会
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Apre oggi il Festival di cinema indipendente a Chongqing, quinta edizione.

Qui sotto un articolo relativo alla quarta edizione, pubblicato in forma ridotta su Lo Straniero n. 133, Luglio 2011.

Dal 2007 l’inaugurazione del Chongqing Independent Film&Video Festival e’ presso un cinema che solitamente proietta pellicole commerciali, pellicole cioe’ che hanno passato la trafila della censura. Come ci spiega Chris Berry “ I film indipendenti sono quelli che non seguono la procedura dell’ufficio della censura. Non sono dunque approvati per uso commerciale, per essere proiettati nelle sale. Il loro status legale e’ poco chiaro, una zona grigia dove alcuni possono dire che si tratta di film illegali, altri invece (gli indipendenti stessi) che, non essendo pensati per essere distribuiti nelle sale, sono legali.” E’ un gioco strano, quasi un cortocircuito quello che si inscena nella piu’ vasta area metropolitana dell’Asia, andiamo ad infilarci in uno dei margini della societa’ proprio dentro una delle scene piu’ sovraesposte in Cina. Corriamo lungo il filo del legale/illegale, continuum che definisce le pratiche dello StatoMercato, e che a Chongqing si dispiega con enorme potenza mediatica. E’ qui infatti che il piu’ grande colossal della lotta al crimine della Repubblica Pop ha girato il primo ciak nel 2009, quando l’eroe Bo Xilai, il buono, ha dichiarato guerra alla ramificata organizzazione criminale che governava l’area metropolitana, i cattivi.

(Quanto al brutto, esso si trova nei nuovi quartieri e in una pianificazione urbana agita dagli interessi del mattone). I cattivi governavano da posti di governo. Cifre adatte allo spettacolo, quasi duemila arrestati, fra i quali i vertici della polizia e di altre istituzioni che avrebbero dovuto servire il popolo, centri di lusso dove donne malvage consumano orge, estorsioni in piena luce, vendette a colpi di macete. Lo spettacolo ha rassicurato tutti sulla capacita’ di far giustizia e ha messo in ombra la faccia dello sviluppo a caratteristiche cinesi. Chongqing e’ diventata area metropolitana autonoma, separata dal Sichuan, nel 1997. Dieci anni di illegalita’, senza uffici che abbiano censurato questo sviluppo. Fino all’arrivo del Buono, segretario di partito di Chongqing dal 2007. Personaggio carismatico e televisivo, capace di comunicare direttamente col popolo in scena, ha usato la vittoriosa lotta al crimine per cementificare il proprio consenso personale e lo sviluppo a base industriale a due cifre dell’area metropolitana. Dopo il crimine, l’effervescenza collettiva necessaria passa attraverso un discusso, ma vincente, uso della tradizione rossa. Canzoncine, qualche bandiera rossa in piu’, qualche studente mandato in campagna per assaporare la vita agreste il fine settimana, sms “rossi” a milioni di persone, esclusione della pubblicita’ e delle soap opera in alcune fasce orarie dalla tv locale. Lo spot e il film e’ lui stesso, scenario e’ la sua metropoli. L’autorappresentazione mediatica ha pensato di creare le Cinque Chongqing: vivibile, scorrevole, verde, sicura e sana. Operazioni apparentemente contraddittorie definiscono questo quadro, palazzi di lusso stile Xintiandi dove ricchi e gaglioffi inscenano la propria ipocrisia, e case a basso costo per i meno abbienti, allargamento della cittadinanza (e conseguenti diritti) a contadini che vogliano diventare cittadini, ma al prezzo della cessione della propria terra .

La piazza dove si trova il cinema, come molti altri luoghi nuovi o ricostruiti di Chongqing, la megalopoli ad amministrazione speciale del Sichuan, esplode immaginari alla Blade Runner, scenari postumani. Si chiama infatti “Tre Gole”. Il rimando alla diga più grande del mondo, che tocca anche l’area di Chongqing, è immediato. In una delle precedenti edizioni del festival era stato proiettato Yan Mo , titolo traducibile con “inondare, annegare”, un documentario apocalittico sui cambiamenti della Cina contemporanea la cui cifra, nelle parole del regista Li Yifan è “nella crudeltà che emerge nelle relazioni fra le persone, fra il governo e i meno abbienti, fra la città e la campagna”. Una cronaca filmata e al tempo stesso un’analisi sociologica indipendente sul “prezzo pagato per la modernità” che ha affogato culture, popolazioni e territori, demolito, trasferito a forza, aggravato contraddizioni sociali ed economiche. Il film di Jia Zhangke, Still Life, va letto anche attraverso questo magistrale documentario, che lo ha preceduto e ispirato.

Arrivato nel novembre del 2010 alla sua quarta edizione, il festival ha proposto in sette giorni, tra film, documentari, cartoni, video sperimentali, 96 proiezioni, distribuite in due sale della locale università. Il pubblico è quello dei caffè dove solitamente queste proiezioni si svolgono, composto soprattutto di studenti, oltre che di addetti ai lavori. Il motto del CIVFV è “it’s just cinema” , per sottolineare che la professionalità non si fa istituzione. Obiettivo: “coltivare un pubblico locale capace a sua volta di produrre cultura visuale”, una cultura che parta dal territorio e che resti nei suoi margini.

Ma che significa cinema indipendente oggi in Cina? Risponde Maria Barbieri , che ha partecipato all’edizione del 2009. “Ogni anno in Cina si svolgono diversi festival di cinema indipendente. Poiché sono eventi che in generale mantengono un profilo basso per evitare problemi di censura, è ovvio che i partecipanti appartengano ad una cerchia di persone abbastanza ristretta. Oltre ad un nutrito gruppo di cineasti indipendenti che si ritrovano regolarmente in tali occasioni, il pubblico consiste di cinefili ferrati e di studenti delle università legate al luogo in cui si svolge il festival. Questi festival non raggiungono il pubblico di massa, ma contribuiscono a coltivare una massa critica che sicuramente parteciperà dello sviluppo della scena cinematografica nel momento – speriamo non lontano – in cui sarà istituita la classificazione dei film per la distribuzione nelle sale, rendendo possibile la creazione di un circuito di sale d’essai. Inoltre, i festival organizzano regolarmente dibattiti tra i cineasti ed il pubblico presente su temi cruciali quali il rapporto tra cinema e società civile, censura, creatività. A volte organizzano worskshops tecnici per introdurre novità relative a nuove attrezzature di ripresa o sistemi di montaggio. Più in generale, contribuiscono a mantenere un network di informazioni e di solidarietà tra tutti i cineasti indipendenti che in queste occasioni si ritrovano e discutono dei prossimi progetti.” I festival occidentali, osserviamo, mostrano spesso interesse per il cinema indipendente cinese, anche se talvolta sembrano mirare più al marchio che alla qualità. Tuttavia sono utili ai cineasti indipendenti per farsi strada in Cina. Come si intreccia questa dinamica? “La mia impressione” risponde Barbieri “è che i festival internazionali siano vittime di una contraddizione, tra la loro missione ‘istituzionale’ di ricerca ed introduzione di nuovi talenti, e la necessità di attirare il pubblico di massa. Altro problema è la competizione sempre più serrata tra i festival che sono sempre più numerosi e che quindi, per distinguersi, hanno necessità di portare i nomi più importanti e le prime più spettacolari. Non è facile ‘ricomporre’ tutte queste contraddizioni. Quanto a ciò che normalmente viene percepito come sfruttamento delle opportunità offerte da un festival internazionale al cineasta, in un rapporto perverso di reciproco utilitarismo, la mia opinione è che la maggior parte dei cineasti indipendenti cinesi sono individui con opinioni molto forti sulla società e sulla cultura del proprio paese, e che hanno deciso di esprimerle attraverso il mezzo cinematografico a prescindere dalle possibilità di successo, in patria o all’estero. Soprattutto ora che, con il digitale, è possibile girare un film in grande economia. Molti dei cineasti che conosco fanno un altro lavoro per mantenersi e poi girano film perché hanno il bisogno di esprimere la loro creatività e le loro opinioni con questo mezzo. A tutti piacerebbe diventare famosi – soprattutto in patria più che all’estero – e girare film con grandi mezzi, ma la mia esperienza è che soltanto un ristretto numero di cineasti indipendenti ha scelto questa strada per motivi utilitaristici. Secondo me il cinema indipendente potrà farsi strada in Cina soltanto nel momento in cui sarà approvata la riforma della censura cinematografica e quando il monopolio statale della distribuzione sarà spezzato.”

Il rapporto fra festival internazionali, per lo più “occidentali”, e i registi indipendenti richiama alla mente il parallelo con l’arte d’avanguardia degli anni ’90. L’occidente al tempo fu definito come “il centro”, poi negli ultimi dieci anni Stato e Mercato cinese hanno assorbito l’arte d’avanguardia o sperimentale cinese, svuotandola. Esemplare il caso della zona artistica 798 di Pechino. Accadrà anche per il cinema? Risponde Chris Berry “L’arte d’avanguardia è per una piccola elite, e in realtà non si capisce nemmeno cosa sia. Dal punto di vista del Partito e del Mercato, il cinema è un’arte di massa. Inoltre il cinema indipendente documenta direttamente i margini della società e in genere temi che il governo non gradisce. Ne teme cioè l’impatto, anche nel caso fosse solo una piccola elite ad essere interessata.”

Aggiunge Barbieri: “Forme artistiche quali la pittura hanno un riscontro immediato nel mercato, e quindi sono fortemente influenzate dalla logica intrinseca al rapporto con il denaro ed il successo. Il cinema indipendente non ha ancora un ‘mercato’, quindi per il momento non rientra in quella logica. Il cinema è vittima di una contraddizione: potenzialmente molto più forte di altre forme artistiche quanto ad impatto sulla coscienza collettiva del paese, viene proprio per questo censurato. Mentre espressioni artistiche molto più elitarie e spesso lontane dalla realtà sociale del paese finiscono per rappresentare agli occhi del mondo la Cina contemporanea.” Margini, forzati e scelti. Il CIFVF si caratterizza per una maggiore insistenza sul rifiuto del mercato e delle sue logiche, non c’è per esempio competizione fra i film selezionati. Alle proposte di collaborazione venute dalla biblioteca cittadina per il prossimo anno, che chiedevano di modificare impostazione e contenuti, è stato risposto di no, come ci dice uno dei grandi animatori del festival, Ying Liang, regista premiato in ambito internazionale con film come Taking Father Home , The Other Half , Good Cats .

La consapevolezza politica (nel suo senso piu’ profondo) del cinema indipendente prende senso e corpo in questo festival, con tutte le sue contraddizioni. Quella che qui vogliamo sottolineare è legata allo sguardo, al rapporto con il soggetto/oggetto filmato. Il cinema indipendente vive e si interessa dei margini, ma qual è il suo retroterra? Che differenza c’è fra il soggetto che documenta e i s-oggetti documentati? Per Berry ” I registi sono ai margini, dal punto di vista commerciale, ma sono al centro, se parliamo del campo artistico o sociale. I registi indipendenti sono parte di una elite urbana istruita, ciò vale anche per esempio per Cui Zi’en , primo regista dichiaratamente omosessuale che ha condiviso la sua marginalità sessuale con i soggetti dei suoi film. Comunque sia, ogni differenza porta con sé meccanismi di oggettivazione e sfruttamento. L’ansia che tutto ciò genera caratterizza il lavoro di molti registi, per esempio Wu Wenguang . Anche se il regista trae un beneficio dai soggetti, e nel caso di Wu Wenguang come della maggior parte degli indipendenti non c’è beneficio, non posso dire che non ci sia oggettivazione dei soggetti ripresi. I film di Wu Wenguang per esempio sono caratterizzati dal desiderio di collegare le differenze, di capire vite così differenti dalla propria e incoraggiare il pubblico (che appartiene alla stessa cultura del regista) di guardare e capire bene quelle vite che normalmente non vengono proprio prese in considerazione. In molti film suoi e di altri registi, c’è lo sforzo di dare direttamente la videocamera ai cosiddetti marginali, fare in modo che possano fare film da soli. In alcuni casi, tale strategia ha avuto successo, per esempio Zhang Jinlin nel film di Ou Ning e Cao Fei Meishi street . E’ certo però che vi sono altri film dove la questione dello sfruttamento è evidente.” Alcuni usano il termine crudeltà per certi doc. (in particolare per quelli di Xu Tong, in mostra al CIFVF con Story Teller), che ne pensi? “In alcuni casi parliamo di osservazione partecipante o di Cinema Diretto americano o di Cinéma vérité in altri. In molti casi c’è uno sguardo crudele necessario per comprendere le vite dei soggetti filmati. La questione chiave è la relazione fra crudeltà e finalità: una gratificazione per il regista oppure una più profonda comprensione che porta a una vicinanza maggiore?”

Del cambiamento rispetto alla prima fase del cinema indipendente, e dunque rispetto allo sguardo, parla ancora Barbieri: “I primi cineasti indipendenti che cominciarono a lavorare nei primi anni ’90 (registi quali Zhang Yuan, Wang Xiaoshuai, Jia Zhangke, che oggi forse non rientrano più nell’ambito del cinema indipendente) erano tutti usciti dall’Accademia di cinema di Pechino, intellettuali lontani dalle realtà sociali che filmavano, anche quando l’oggetto dei loro film era molto vicino al loro vissuto individuale (mi riferisco in particolare a Jia Zhangke). Molti dei cineasti indipendenti di oggi sono invece autodidatti o sono approdati al mezzo cinematografico dopo essersi espressi tramite altre forme artistiche. A me sembra quindi che esista oggi una maggiore diversificazione di provenienza sociale che si riflette anche in una diversità di “sguardi”. Se si pensa ai film di Liu Jiayin o ai documentari di Lin Xin , l’identificazione tra soggetto/oggetto è completa. In altri casi, il distacco del cineasta dall’oggetto è evidente ma rimane l’interesse genuino a evidenziare problematiche sociali che coinvolgono l’artista non direttamente ma come membro della comunità in senso più ampio”.

14 Novembre

Back to Daxian, di Liu Heng, 2009, 120 min.

La regista ritorna al suo paese, va nella scuola della madre. La videocamera e’ antropologica, si presenta, diventa compagna degli studenti, dei loro affanni, della disciplina imposta e infranta, dell’ordine sottolineato a piu’ riprese in un contesto di disordine emotivo, familiare e sociale contenuto solo dal rapporto amichevole dell’occhio della videocamera. Segue una studentessa (Ting Ting) fin dentro casa, il suo rapporto conflittuale con la madre, la pressione della famiglia in un contesto assolutamente non “sviluppato” della Cina odierna, quella reale. Segue un’altra studentessa la cui madre raccoglie la carta per strada, padre operaio. L’imbarazzo e’ fortissimo, ma sono gli occhi complici della bambina e quello della videocamera a non fare imbarazzare il pubblico, a non far sentire quella situazione come di degrado ne’ come uno sguardo di crudelta’. La scuola, la madre in particolare, prova a mediare fra societa’/famiglia/sviluppo del singolo, ma non ci riesce. Una studentessa abbandona, altri sono estremamente violenti e autolesionisti, si incidono sul corpo dei segni o dei caratteri con un coltello. Violenza esibita o introiettata, lo sviluppo ha un prezzo alto, il prezzo dell’incomprensione dei genitori e della realta’ circostante, decisamente degradata.

La telecamera e’ entrata dopo mesi che la regista ha vissuto con loro, campo etnografico vero e proprio, rapporto fra soggetti, relazioni stabilite nonostante tutto.

Un documentario lungo, ma eccellente. Dice molto di piu’ di tante chiacchiere accademiche sulla Cina contemporanea. Perche’ in fondo, le scuole (quelle medie) che frequentano i cinesi, sono queste, se giriamo lo sguardo oltre le grandi e ricche metropoli.

La struttura narrativa e’ gia’ dentro, i bambini li vediamo crescere, non fisicamente ma emotivamente. Un adolescente e’ di per se’ un racconto innocente, in una Cina come questa, e’ una sfida che apre a mille trame di film…che magari vengono esoticamente o sociologicamente gustate in altri festival dove le mappe geografiche costruiscono marchi fasulli, al limite del feticcio.

15 Novembre, Piercing di Liu Jian, Animazione, 2009, 74 min.

Prima animazione indipendente cinese, fatta interamente dal regista. Presentato sulla scia di “Persepolis” e di “Walzer con Bashir” intesi come animazioni che entrano e interpretano, con la propria specificita’ linguistica, una realta’ storica e sociale di ampio respiro , il cartone animato ha una storia abbastanza semplice, dove l’humor nero e il linguaggio basso della strada segue un plot alla fratelli Cohen, una serie di eventi incatenati al caso consentono di esplorare le pieghe della contemporaneita’ cinese disegnata nella metropoli di Nanchino. Due ragazzi immigrati a Nanchino, senza prospettive di lavoro ne’ di studio, aprono il film con un dialogo demenziale. Borderline o “liumang” (teppa), questi ragazzi vivono i margini della metropoli, non riescono nemmeno a entrare in un giro di malaffare, vivono di espedienti, sono costretti a pensare alla giornata, la filosofia di vita e’ un surrogato del mondo dei consumi, prendere e godere quel che si puo’ sul momento, senza domani e senza aspettattive. Il malaffare e’ invece legale, il boss di un centro commerciale e un suo compare rappresentano la classe oscura dei nuovi ricchi, la loro relazione e’ basata sulla frode e sulla violenza, spalleggiata dalla polizia, i cui esemplari tipi sono legati da rapporti di parentela con questi nuovi ricchi. La prima scena, il pestaggio del protagonista da parte di una guardia giurata del centro commerciale del nuovo ricco, e’ motivata dalla violenza che la guardia stessa subisce quotidianamente (il mio capo mi maltratta, a casa mi maltrattano, guadagno pochi yuan e un ragazzino pensa di potermi offendere? E giu’ botte). Il protagonista ha ancora una dose di senso civico e senso umano, a differenza del suo amico completamente disincantato. Quando aiuta una vecchietta investita da una macchina, si trova ad essere lui accusato dalla figlia della vecchietta, che e’ un agente di polizia. E giu’ botte in questura…. (il buon cittadino accusato per il suo senso civico e’ un fatto reale di cronaca di qualche anno fa. Non aiutare persone che non conosci, potrebbero accusarti!)

La metropoli, sotto una luna che non ci lascia mai, e’ buia, fredda e indifferente. Le immagini di Nanchino vengono da fotografie, le immagini dei luoghi storici e delle anonime periferie sono scarnificate, le famose statue della rivoluzione culturale del ponte di nanchino, il tempio di confucio, la muraglia sono elementi muti di una metropoli muta, dove chi comanda e’ chi ha soldi. Spassosi i dialoghi, il boss del centro commerciale che ha il figlio in Inghilterra per studio all’estero, si lamenta degli stranieri che non capiscono “noi cinesi”, perche’ hanno beccato i diplomi falsi forniti da una delle tante agenzie oscure che fanno da mediazione fra le universita’ globali. La polizia, oltre alla normale amministrazione della violenza, e’ un corpo privato a servizio dei ricchi, non c’e’ scampo in questo cartone per elementi buoni ed elementi cattivi, lo stesso protagonista e’ comunque portato ad entrare in giri disonesti.

La fine e’ amara, nonostante le risate che il pubblico si fa seguendo discorsi al limite dell’assurdo e della volgarita’.

Bella rappresentazione di Nanchino, la metropoli e’ un girone dantesco da cui non si puo’ piu’ uscire.

16 novembre, Torch Troups di Xu Xin, 2006, 110 min.

Chengdu, cultura popolare e sua lenta scomparsa , indiretto il confronto con la proibizione del periodo precedente alle riforme e aperture. Qui la proibizione e’ di mercato, le sale da te’ scompaiono e cosi’ le culture che vi giravano dentro. Le rappresentazioni popolari dell’opera del Sichuan vanno “finendo”, nel doc. l’afflato non e’ certo demartiniano, al contrario. Si fa il paragone fra il gruppo teatrale che con mille difficolta’ porta avanti l’opera tradizionale e invece chi negli anni 90 ha lasciato per aprire gruppi di canto e ballo, sorta di spettacoli a meta’ fra il baraccone del circo, la maraviglia, l’intrattenimento in cui si mescolano tutti i generi del “varieta”, portandoli in giro per il paese, nelle aree in cui la citta’ tocca la campagna, in cui l’asfalto cede il passo al fango.

Il protagonita si sbatte per portare avanti la sua compagnia di teatro tradizionale, pubblico anziano, sempre di meno, pochi soldi per vivere ma nessun cedimento al “moderno”, nel senso di un rapporto con il pubblico e le culture popolari di tipo superficiale. Notevole la partecipazione di questi attori ai funerali, quindi attori fondamentali delle culture locali e delle comunita’.

Chengdu non e’ piu’ la citta’ dell’ozio e del te’, le sale sono scomparse, e anche quella che ospitava il gruppo di teatro tradizionale, abbattuta.

Nell’ultima scena il sorriso e’ una piega sul volto. Abbattuta la sala da te’ dove a fatica ci si esibiva, il gruppo si ritrova in un luogo temporaneo, il protagonista con il suo volto irenico, qui e’ una maschera tragica, ha perso il proprio territorio. “A chengdu ci saranno ancora quattro compagnie di teatro dell’opera, ma siamo attivi solo noi”. Dopo due mesi, anche questa frase e’ in forse.

Il doc. e’ fatto molto bene, entra nelle pieghe della societa’ ma anche in quelle degli attori, ruba conversazioni dal pubblico che aprono squarci sulla vita quotidiana, riflette sulle difficolta’ economiche e psicologiche dei teatranti in relazione a una psicologia collettiva sempre piu’ dominata unidirezionalmente dagli interessi di pochi.

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