Caotaiban,anticorpi cinesi. Alias 15/1/2011

Pubblicato: marzo 5, 2011 in Arte e Societa' 艺术与社会, Shanghai 上海
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TEATROOLTRE LO STATO E IL MERCATO

La compagnia teatrale Caotaiban fluttua, cambia spazi per le prove, si esibisce nei vicoli di Shanghai e nelle piazze improvvisate sottratte ai centri commerciali. Fondata nel 2005, il suo animatore principale è il regista Zhao Chuan, classe 1966

di Diego Gullotta

SHANGHAI

Primi attori sono degli oggetti, disposti in disordine su una pedana, illuminati in modo semplice ed efficace. Oggetti banali, quotidiani, di quella quotidianità esplosa da, e nei, flussi contemporanei: valigie. Oggetti della Piccola società che inscena il suo secondo capitolo nell’estate umida e calda di Shanghai. Il pubblico mormora, al secondo piano di uno stabile in una zona postindustriale riconvertito e accerchiato dalla brama dei palazzinari. Brusio continuo, in crescendo. Dalle ultime file una voce che legge avanza in mezzo alle chiacchiere, poi un’altra in prima fila continua la lettura. Si avvicinano alle valigie, suoni elettronici bucano il mormorio e la lettura: «La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte…». La citazione dal Manifesto del Partito Comunista di Marx è il testo di partenza per la costruzione collettiva di questo spettacolo. Il regista, Zhao Chuan, ci aveva spiegato che la scelta aveva suscitato discussione ma anche disinteresse, e che tuttavia proporre questa lettura come pre-testo, anno di grazia 2010, aveva senso in Cina oltre la vuota retorica ideologica e dentro possibili disletture creative Corsa, sbattere di passi, le valigie si muovono, corrono con gli attori che creano una sorta di danza scomposta, la valigia diventa corpo e il corpo diventa voce, glossolalia, ognuno è separato in questo affanno, ognuno si porta appresso un’identità mobile, preoccupazioni, fardelli, memorie e aspirazioni tutte in valigia. I primi 20 minuti sono intensissimi, densi, come se i nodi e le problematiche della società cinese contemporanea stessero tutti su questa pedana. Popolazioni e identità fluttuanti, incertezza del futuro, oggetti mobili che racchiudono mondi (in)sensati, ripiegamento individuale,maanche sforzo, grido, desiderio e lotta. Cadono le valigie, si blocca la corsa, cessano i monologhi indistinti.

Sulla pedana il primo attore apre una valigia, un po’ di terra, una piantina, un falcetto, un martello. Il campo è fatto, siamo in campagna, o forse siamo nell’indefinibile linea che separa/unisce città e campagna, suburbia cinese. Bagna la terra, coltiva il suo campo, si agita e con la terra bagnata scrivesu una parete «da abbattere». Quel carattere così familiare in Cina, qui connette tutte le parole chiavedella contemporaneità, dall’urbanizzazione con i suoi real estates alla definizione dell’identità di classe, si sarebbe detto una volta. Contadino oppure migrante oppure cittadino? Oppure correre, valigia in mano, correre nel segno della trasformazione/demolizione. Non è un caso che lo stesso attore, in base alla pratica di questo particolare gruppo di teatro popolare, più tardi si produrrà in un monologo sulla perdita di fiducia di uno studente che si era iscritto al partito, che aveva in qualche modo creduto di poter contribuire al cammino del proprio Paese, e che invece si scoprirà svuotato di ideali e ripiegato verso una privatizzazione degli spazi di vita e degli spazi del sé modellati solo dalla merce e dall’utile. Una ragazza schiacciata sulla pedana, le braccia a mimare il volo spezzato di un angelo, che vorrebbe uscire, vorrebbe comprare, vorrebbe avere la vita di tutte quelle belle bambole patinate delle riviste, bambole schiacciate dalla merce, feticci assassini, che nel loro stesso Dna produttivo incorporano l’omicidio sociale: i suicidi degli operai degli ultimi mesi. Una migrante con la sua valigia canta, sistema la sua roba, le sue poche cose, ha mal di schiena e chissà che lavoro fa, pulizie, cameriera, massaggiatrice, ragazza di compagnia. Rimette tutto dentro poi ritira fuori, lo spazio della vita sembra essere solo nello spostamento,falso movimento per una società in cui l’appartenenza di classe condiziona tutta l’esistenza, nonostante la classe sia dentro quel carattere scritto, «da abbattere», che resta per tutta la durata dello spettacolo come sottotesto anche quando vengono proiettate frasi prese dal Manifesto. Piccola società, capitolo secondo è uno spettacolo ancora in cammino, non finito, aperto.

La compagnia che l’ha creato si chiama Caotaiban. Caotaiban (Grass Stage) originariamente indicava un gruppo di teatranti non professionisti che si esibivano nelle feste di paese, nei matrimoni o nei funerali del mondo agricolo; non era teatro ufficiale e professionale, era in strada o, per meglio dire, nella società. Questo è ora il nome di un progetto teatrale basato dentro il tessuto sociale di Shanghai. Fondato nel 2005, il suo animatore principale è Zhao Chuan, classe 1966. Negli anni ’80, come studente d’arte, partecipa e respira il clima delle sperimentazioni del primo periodo delle «riforme e aperture». Ma Shanghai non è ancora la «global city» da cartolina che solo nei primi anni ’90 entrerà nella rete transnazionale, così nell’88 Zhao Chuan segue l’unica indicazione allora possibile, «andare verso il mondo». Emigra in Australia e resterà fuori per 13 anni, lavorando in una compagnia di pubblicità e contemporaneamente scrivendo e pubblicando romanzi. «Ero sicuro che sarei rimasto per tutta la vita in Australia, nei miei romanzi infatti era centrale il tema dell’identità, la sua pressione sull’individuo e la relazione con la propria cultura». Forse anche queste riflessioni, confinate in una dimensione individuale, spingono Zhao Chuan a lasciare il lavoro nel ‘99, per cercare quel che gli sembrava stesse perdendo nonostante una vita agiata. Premiato a Taiwan per un suo romanzo, riceve l’invito a rimanere tre mesi per scrivere. Qui incontra Wang Molin. Regista, autore, performer e critico, Wang Molin è un veterano della scena culturale taiwanese che ha vissuto la legge marziale fino all’88. In quello stesso anno organizza il primo «action theatre» (Dispel Orchid Island’s Evil Spirit). Nel ’91 fonda il Body Phase Studio, nel ’97-98 a Pechino e Taipei mette in scena l’Edipo nella lingua dell’etnia Tsou, dal 2000 al 2006 porta in giro per l’Asia e in Europa la serie The Hole. Teatro legato al linguaggio del corpo, alla ricerca dell’inconscio collettivo che liberi la soggettività, teatro di impegno politico e sociale, dichiaratamente di sinistra. L’incontro con Wang Molin sposta l’attenzione di Zhao Chuan dal romanzo alla scrittura teatrale, alla regia e infine a un processo collettivo dove i ruoli sfumano. Il teatro a cui pensa Zhao Chuan è oltre il mercato e oltre lo Stato. Come argomenta nei suoi scritti «senza teatro di parola, senza attori, senza ruoli, ciò che resta è il corpo collettivo del gruppo. Senza trattare il teatro con modalità economiche, buttando a mare l’idea di svendersi nel contesto dello spettacolocommerciale, senza onorare gli standard commerciali del mondo artistico, queste persone comuni possono liberare le forze espressive del corpo che quotidianamente è invece posto sotto controllo»; corpo non amministrato, né dal testo, che spesso precede l’esperienza teatrale, né da spazi chiusi e riconosciuti dove fare le prove o esibirsi. Caotaiban fluttua nella metropoli, cambia spazi per le prove, si esibisce nelle comunità dei residenti, nei vicoli, nelle piazze improvvisate e sottratte ai percorsi obbligati dei centri commerciali, gira per l’Asia e incontra realtà simili, interessate cioè alla sperimentazione linguistica tanto quanto alla relazione con la società e al contesto storico entro cui questa sperimentazione prende forma. Ma quali sono le possibilità di critica e conflitto al di fuori dello Stato e del mercato? La prima uscita di Caotaiban avviene in Corea nel maggio del 2005 al Gaungju Asian Madang Theatre Festival, con lo spettacolo collettivo 39th parallel still play. Qui la divisione politica della Corea viene ribaltata alla ricerca di nuove visioni dell’Asia fatte di dubbi e ricerche attraverso i linguaggi del corpoCorpi e immaginari «costruiscono una narrazione storica diversa tramite un workshop continuo sullo stage e fuori» nelle parole di Wang Molin. Il tema di questo spettacolo sarà lo spunto per Taibei 38esimo parallelo messo in scena nell’ottobre dello stesso anno. Qui la divisione è fra Cina continentale e Taiwan, i corpi giovani dei membri di Caotaiban incontrano il corpo-memoria di Wang Molin, identità politiche separate, comunità artistiche alla ricerca di percorsi fuori dalla dicitura solo commerciale della «Greater China». Nei due anni successivi Caotaiban è impegnato in due versioni di Storia di un pazzo di Lu Xun. Esibita inizialmente a Shanghai e Pechino nel 2006, si chiede chi sia davvero il pazzo nella società dei consumi, si interroga cioè sull’ideologia imperante che porta il cittadino a diventare consumatoreLa seconda versione, del 2007, viene rifatta dopo aver portato lo spettacolo in diverse città cinesi e averlo mano mano cambiato collettivamente. Il gruppo non esiste in virtù dello spettacolo da realizzare, ma per l’esperienza fisica da vivere e dibattere collettivamente. I riferimenti ad Artaud o al teatro Butoh o all’estraniazione brechtiana (presente soprattutto in Storia di un pazzo, dove a un certo punto lo spettacolo si ferma e gli «attori» discutono col pubblico per poi riprendere) non possono rendere la complessità e la ricchezza del processo Caotaiban. Creazione collettiva in Caotaiban significa sempre tensione fra la volontà espressiva individuale irriducibile e la necessità di relazionarsi insieme. Le prove sono sempre aperte. In 5 anni, ci dice Zhao Chuan, «sono passati oltre 100 membri, e comunque nessuno di noi si dice attore professionista, così come non abbiamo teatri e luoghi stabili dove esibirci». Del 2008, l’anno più intenso per il gruppo, è Under Luxun Banner, progetto di teatro popolare creato insieme al Clash theatre di Hong Kong, al Body Phase Studio di Taipei e al DA-M Thatre di Tokyo e portato anche in queste città dell’Asia, accompagnato dal dibattito «Teatro e spazi sociali». Per approfondire il tema, si può leggere la traduzione dell’articolo Teatro del corpo di Zhao Chuan qui

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