Hai visto il nonno? 见过大爷吗?

Pubblicato: ottobre 1, 2010 in Arte e Societa' 艺术与社会, Zona 區
Tag:, , , , , ,

IlManifesto, 1 Ottobre 2009

di  Giordano&Woo

“Hai visto il nonno?” La pronuncia dei caratteri cinesi genera spesso delle associazioni con altri caratteri omofoni. “Hai visto il nonno” è un altro modo di capire il suono del nome “Jianguo daye”,  founding of a republic, il film che celebra i 60 anni della R.P.C..  Lo smacco linguistico segna non solo un capovolgimento del tono celebrativo, ma soprattutto una disillusione ben visibile nei commenti in rete. Intendiamoci: la rete non è rappresentativa di un paese nè parla con una sola voce. Complessità di un mondo, quello digitale, che bisogna però considerare come uno dei terreni di conflitto nella Cina d’oggi. Il film mette in scena la nazione, ne dà una versione aggiornata al gusto e alle pupille sensibili del pubblico cinese (che, ad eccezione questa volta di Taiwan, esula dai confini nazionali passando per Hong Kong, Singapore e ovunque si trovino comunità cinesi che via via negli ultimi anni hanno fatto sentire la propria voce). “La Nazione è un’unità impossibile che deve essere narrata perchè esista, sia nel tempo che nello spazio. L’improponibilità della nazione come un soggetto unificato significa che la sua attività narrativa non è mai definitiva” (China on screen, Berry&Farquhar, Columbia University Press, 2006). Di più, bisogna narrare la nazione nel contesto transnazionale. Tecnica e codici linguistici (dalla musica all’uso del digitale) sono assolutamente transnazionali, e ancora di più il fatto che le centinaia di stelle del grande e piccolo schermo che gratuitamente hanno partecipato al film (nella versione ridotta di soli 135 minuti o in quella da incubo di oltre 4 ore a breve in circolazione) dimostrano lo scenario in cui la Cina viene ad autorappresentarsi. Già prima dell’uscita, molti commenti si concentravano sulla nazionalità di queste stelle, cinesi con passaporto degli USA, Singapore, Nuova Zelanda… Contraddizione apparente nell’economia mondiale ma che scopre quanto, come dagli anni ’90 ormai si dice, il trattino che lega lo Stato alla Nazione stia diventando sempre più debole. L’obiettivo ovvio di conferire al film più appeal si capovolge: chi interpreta la parte nera (come nella banalissima luce che divide i buoni dai cattivi della locandina) cioè il Partito Nazionalista di Chiang Kai Shek e accoliti ha un fascino straordinario, bellezza fisica e notevoli capacità attoriali. Chi si trova ad interpretare Mao&Company è bloccato in una rappresentazione da cartone animato. Il cuoco che viene presentato a Mao salta in aria il giorno dopo per andare a salvargli il cibo durante un bombardamento. Nello stesso momento Mao, svegliato nel sonno per la fuga, viene mostrato come indiferente alle bombe, lo si porta via stralunato su una lettiga ancora in pigiama. Poco dopo è quasi una citazione dell’arte del “realismo cinico” dei primi anni ’90 a farci vedere un Mao con due figli steso su un prato con luminosissimi fiori di plastica, sereno, affabile, padre dolce, uomo comune. Infine, mentre Zhou Enlai e gli altri cantano ubriachi una Internazionale da denuncia, Mao sconvolto dall’alcol stenta ad aprire gli occhi. Ed è davvero addormentato questo Mao, che non parla mai di politica e di società (l’unico momento è quando si deve decidere del futuro: far fuori i capitalisti o annetterseli per il consenso. Qui qualcuno dice “di economia non ne capiamo nulla”, un modo per non collegare con i futuri errori del grande balzo in avanti?). Personaggi più vicini ai cartoni animati, salvo la esagerata sottolineatura di qualche gesto ieratico (fumare e alzare il braccio quando dalla bocca gli esce l’originalissima “finalmente il popolo cinese si è levato in piedi”). Dall’altra parte qualche frase significativa arriva, e sono i commenti del pubblico a notarlo. Quando tutto è quasi perduto, Chiang Kai Shek al figlio (incredibilmente qui rappresentato senza la luce assassina che meriterebbe) dice “la corruzione del partito nazionalista è ormai arrivata fin nelle ossa. Contrastarla è la fine del partito, non contrastarla è la perdita del Paese”. Con facile evidenza, i commenti in rete concordano che 60 anni dopo, cambia il nome del partito ma resta l’amletica scelta. Oltre a commenti di questo tipo e ad ironici “ le cose cinesi, basta fare riunioni e non c’è nulla che non si possa risolvere” poichè nel film le scene delle riunioni sono, insieme alla sigarette, eccessive, venendo così a ricordarne la loro attuale democratica inutilità, nulla rimanda a dibattiti nè sull’attualità nè sulla storia d’allora. Il film è armonioso, parola chiave dell’attuale dirigenza. La narrazione mette avanti un fatto storico dopo l’altro, nessun feedback, nessuna scena che chieda allo spetattore di usare un po’ di intelligenza. Lo spettatore, a differenza delle strategie narrative contemporanee (finanche di quelle delle stesse soap opera cinesi), è assente, come è assente dal film il popolo, la gente comune, cavallo di battaglia della Repubblica Popolare ormai in disuso.

Shanghai: proprio all’uscita del cinema (simbolico) “Cathay” situato nella via che porta il nome della battaglia sul fiume Huaihai e dove c’è la casa di Song Qingling (moglie del padre della patria Sun Yat-sen e, come la battaglia, presente nel film) siamo assaliti da uno dei tanti enormi video che affollano le metropoli cinesi: “ Mcdonald celebra i 60 anni della Patria…”. Ci viene in mente quando pochi giorni prima siamo usciti da un altro cinema dopo aver visto il cronotopo This life of mine, un film girato proprio nel ’49 e che proprio con la presa del potere del PCC termina: senza happy end, con la morte del protagonista. Foundation of a republic, a posteriori, è armonioso, This life of mine, nel momento in cui la Storia del primo si compie, èconflittuale, irriducibile alla celebrazione. Girato e interpretato da Hui Shi, il film è tratto dalla omonima novella del grande scrittore Lao She. Il regista verrà suicidato nel ’57 durante la campagna anti-destri, Lao She invece qualche anno dopo durante la Rivoluzione Culturale. Le case produttrici del film resteranno in piedi ancora qualche anno prima di essere assorbite, grazie al fatto che prima del ’49 erano schierate su posizioni di sinistra. Ma il film non piacque, nonostante la retorica aggiunta in qualche dialogo e soprattutto nella parte finale. (Sarà nell’82 a Torino che Marco Muller lo tirerà fuori e tornerà in circolazione). La Repubblica si fonda sul cadavere della gente (gente e non popolo, termine che nel film si usa solo nelle parole ufficiali, distanti dalla vita comune). Questa possibile dislettura di allora è quasi obbligata oggi. Con un feedback iniziale il film torna alla gioventù del protagonista, alla fine dell’impero Qing, a Pechino. Assunto come poliziotto vive tra la gente ed è lui stesso la rappresentazione della vita della gente negli anni in cui si susseguono diversi poteri e stagioni, dalla Repubblica dell’12 preceduta da violenze che vedono impotente il protagonista, al governo di Yuan Shikai, al movimento degli studenti a cui il protagonista dà la sua simpatia pur non avendo una coscienza definita (“certo che sono cinese e non voglio fare lo schiavo…”), al dover fare da guardia al notabile locale (“ultimamente ho davvero una gran pena in cuore, noi gente comune non abbiamo fatto nulla di male, mi muore un familiare e devo comunque andare in giro a lavorare. Perchè c’è sempre quello lì al potere nonostante cambino i governi? Noi dobbiamo –letteralmente- vendere i nostri figli e a lui invece da dove gli vengono i soldi? –li ruba), all’istaurazione del governo nazionalista a Nanchino (“Pechino è come un figlio senza madre”), la resistenza antigiapponese e la guerriglia comunista, infine la guerra civile. In questi 40 anni lui, gente comune, piano piano è privato di tutto. Il privato della gente comune, quella che non compare più 60 anni dopo, è rubato dal potere. Senza voler fare vuote banalizzazioni, nel film è chiara una distanza costitutiva e irrimediabile tra la vita, l’istituzione e la propria autorappresentazione storica. Con parole comuni e un punto di vista molto basso (camera frontale,pochi movimenti, nessuno sguardo epico) si parla di politica e società. Senza grandi mezzi tecnici e soprattutto senza stelle del cinema, si viene a mettere in questione il progresso storico. Quel che ci vuole oggi per un omaggio al nodo transnazionale “Cina” e al suo sviluppo tutto da cambiare.

Annunci

I commenti sono chiusi.