Costruire spazi sociali 创造社会空间

Pubblicato: luglio 14, 2010 in My Better City
Tag:, , , , , ,

Un ultimo post tradotto dal progetto “la nostra better city”, non prima di segnalare la pubblicazione del libro (“城”长的烦恼 ) che raccoglie la maggior parte degli interventi legati al dibattito che si e’ aperto da Marzo 2009 e di cui abbiamo riportato alcune traduzioni. Qui l’indice e l’immagine di copertina.

Costruire spazi sociali

Chris Connery

Come l’uomo costruisce la propria storia, cosi’ noi costruiamo i nostri spazi sociali. Cio’ che chiamiamo “spazio sociale” e’ l’esatto opposto dello spazio di dominio capitalistico che , in condizioni stabilite, si produce nella vita di tutti i giorni.

Nella sperimentazione degli spazi sociali del XX sec., gli anni ’60 sono stati particolarmente ricchi. Il movimento di liberazione dal dominio coloniale in America Latina, Africa e Asia fu certamente rivolto principalmente a ribaltare gli obiettivi dei dominatori, ma allo stesso tempo introdusse nuove concezioni dello spazio: i rivoluzionari volevano rimodellare le relazioni fra citta’ e campagna, riconfigurare il portato della modernizzazione del consumo elitario e dei compradores prodotto dalla metropoli di tipo coloniale ad uso invece del popolo tutto. I giovani statunitensi ed europei parteciparono in massa ad un processo di elaborazione di nuovi stili di vita quotidiana. La cosidetta “comune” fiori’ ovunque, non pochi furono i giovani che volontariamente andavano via dalla citta’. La capitale degli yippies nel 1967, San Francisco, ospito’ l’ “estate dell’amore” dove migliaia di giovani si incontrarono liberandosi dai legami familiari e dal servizio di leva. Arrivavi a San Francisco e per strada c’erano persone sedute, coricate, che cantavano e ballavano, un clima da carnevale. Ai nuovi arrivati si dava un posto dove vivere, mangiare, cantare e organizzare happening artistici.

Maggio ’68, Parigi: scuole, fabbriche e teatri vengono occupati e in breve questi spazi vengono riconfigurati ad un uso nuovo. Quando il direttore del teatro nazionale vide la nuova facciata del teatro, lodando gli occupanti disse che piuttosto che farlo tornare all’aspetto originario sarebbe stato meglio bruciarlo. Il motto scritto sui muri “Sous les pavées, la plage” ben reassume l’idea di spazio di quel periodo: strade, fabbriche, vicoli, teatri, scuole tutto aveva una natura trasformabile: un nuovo stato nascente si percepiva fra la gente, tutto era possible.

Finiti gli anni ’60 intesi in senso lato (vale a dire dal ’55 al ’76), siamo entrati nell’epoca del capitalismo finanziario. Dagli anni ’90 ad ora l’ economia finanziaria e il mercato immobiliare hanno dominato in un contesto caratterizzato dalla depoliticizzazione. Nei paesi economicamente forti, la logica dell’abitazione privata ha occupato l’immaginario delle persone, frutto questo della depoliticizzazione. Negli U.S.A., per comprare un appartamento una coppia deve lavorare dalla mattina alla sera, avere due lavori contemporaneamente non e’ cosa straordinaria. Visto poi che il costo di un appartamento in centro e’ troppo alto si va verso la periferia, aumentando cosi’ i tempi per lo spostamento. Il tempo e’ dunque condizionato dal lavoro e dagli spostamenti. Prima di andare a dormire ti mangi una cosa al Mcdonald, litighi sui soldi, mandi a quel paese tuo figlio che sta a giocare al computer e non si va a cercare lavoro… figurati se ti metti a discutere sullo spazio sociale, dove trovi il tempo per pensare e discutere di modelli di vita collettivi? Questo e’ il modo di vita di centinaia di milioni di persone.

Ma lo spirito di protesta e di rivolta e’ duro a morire, c’e’ sempre una emersione di riflessioni e pratiche rivolte agli spazi sociali. Un esempio viene da Reclaim the Streets dall’Inghilterra degli anni ’90 (http://rts.gn.apc.org ). L’obbiettivo di questo movimento, vista la dirompenza della cultura delle automobili rispetto all’ambiente e alla vita, e’ contrastare la cultura delle automobili, lo spazio creato dalle automobili, la pianificazione urbana centrata e condizionata dalle automobili. Oggi e’ ben eveidente che una delle cause del restringimento e della rottura degli spazi sociali consiste, oltre al settore immobiliare, nella cultura delle automobili. Per agevolare le automobili, i pianificatori distruggono le vecchie comunita’ urbane, vi costruiscono sopraelevate facendo scomparire giardini, mercati, spazi pubblici o spazi semplicemente aperti. Anche se guidare una macchina da’ la sensazione di liberta’ tuttavia porta un enorme danno alla societa’, pensiamo solo all’influenza sull’ambiente globale. Reclaim the streets da subito si e’ organizzato in questo modo: scegliere il luogo, scavare l’asfalto col martello pneumatico, piazzarci un albero e far diventare la strada un giardino. Cosi’ le macchine col c…. che ci passano. Prima dell’arrivo delle guardie si mette la musica e si balla fra gli alberi di strada. Con l’arrivo delle guardie si va via. Certo, in breve la situazione torna come prima. Ma i partecipanti avvertono che sotto la pavimentazione ci sono alberi, avvertono cioe’ che la strada non e’ solo quella che vediamo e a cui ci siamo abituati, un mero luogo di scorrimento per le automobili.

Dove sono nato, negli anni ’60 fu la base della cultura yippie. Stavo tra i boschi e il mare, per la sua natura sperimentale, l’universita’ di Santa Cruz e la sua cittadina divenne il luogo piu’ a sinistra degli U.S.A.. Lo spirito dei suoi cittadini era estremamente aperto e disponibile, viaggiatori e perditempo erano ovviamente attirati. Negli ultimi anni si e’ creato un nuovo fenomeno, nel bosco a nord est dell’universita’, coperti dagli alberi molti giovani sono andati ad abitare occupando il terreno: mangiano quel che li’ cresce, sporadicamente vanno nei supermercati cittadini a prendersi cio’ che altrimenti verrebbe buttato, vivono insomma fuori dalla logica del denaro. Di giorno si divertono, vanno all’universita’ ad ascoltare le lezioni, leggono, salgono sugli alberi, girovagano, chiacchierano. Ogni giovedi’ sera organizzano un raduno nel fitto del bosco, suonano i tamburi, cantano al chiaro di luna e si inebriano con le stelle.

(il grimaldello pastorale, presente in tutta la riflessione della “nostra better city” bisogna, a mio avviso, prenderlo in modo allegorico. E’ cioe’ uno strumento di critica del presente piuttosto che un richiamo nostalgico a mondi di vita agresti e comunitari. Nonostante qualcuno ci creda sul serio. Nota di Disorientamenti)

Alcuni li criticano, questo tipo di vita non puo’ durare a lungo, non ha nessuna relazione con le problematiche sociali, se ne distacca. Sebbene tali critiche abbiano una loro ragione, io penso comunque che queste sperimentazioni, lunghe o brevi, possono farci avvedere sul fatto che il mondo cosi’ com’e’ non e’ l’unico possibile.

Comportamenti e movimenti di cui sopra, forse sono un po’ estremi ma hanno delle attese e uno spirito che possono costruire il nostro spazio sociale. Questo brano di un amico su Piazza del Popolo di Shanghai e’ adatto:

gli anziani ballano davanti al museo, i ragazzi sudano con i loro roller, migranti fanno volare gli aquiloni ai quattro venti per venderli, un gruppo di turisti si ferma incuriosito davanti a un bagno mobile,i ragazzini scuriti dal sole per vandere fiori fanno a nascondino con le guardie, tutto questo movimento sulla piazza da’ una sensazione ridicola. Anche se il controllo e’ dappertutto, tuttavia c’e’ sempre qualcosa che lo eccede.

Accanto a Piazza del Popolo, all’angolo tra Via Tibet e Via Fuzhou, ogni sera verso le sette o le otto molti giovani si incontrano per passare un po’ di tempo, parlano dialetto, scherzano. Si sta li’, ci si aspetta. Si aspetta cosa? Nulla di importante, ma non e’ difficile indovinare le aspettattive per il futuro di questi ragazzi. Il mercato immobiliare e quello automobilistico possono bastare? Bisogna cercare altre direzioni.

Annunci

I commenti sono chiusi.