Studenti pragmatici e flessibili, come li vuole il mercato Il Manifesto 4/6/2009

Pubblicato: maggio 31, 2010 in Zona 區
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di Giordano & Woo  http://www.ilmanifesto.it/fileadmin/archivi/cina/dossier_tiananmen.pdf

«Quel giorno che tu mi hai coperto gli occhi e il cielo con un pezzo di stoffa rossa, mi hai chiesto cos’è che vedevo, ho detto “la felicità”, questa sensazione mi ha reso tranquillo mi ha fatto dimenticare che non ho un posto dove stare, mi hai chiesto in che direzione voglio andare, ho detto “per la tua strada” /non riesco a vederti e non vedo la strada, mi blocchi le mani e mi chiedi cosa penso, dico “che tu decida”/ sento che non sei ferro ma come il ferro sei forte e duro, e sul tuo corpo c’è del sangue perché le tue mani sono ancora calde/…../ sento che questa non è una terra incolta non riesco a vederla ancora come arida, vorrei bere ma la tua bocca blocca la mia/…». Questi versi del «padre del rock» Cui Jian, del ’91, accompagnati dal video del regista Zhang Yuan, rendono bene la drammatica fine della stagione degli anni ’80,

di quel percorso in cui intellettuali e studenti si posero come interlocutori delle «riforme e aperture» denghiste. Fine? La logica dicotomica tutta occidentale dell’orientalismo da Guerra Fredda, quella sì, è finita e le semplificazioni sull’89 restano parole vuote. Per entrare nell’anniversario del 4 giugno facciamo due passi in una università cinese. Sulle bacheche, virtuali e reali, da dicembre scorso il tempo sociale è scandito da anniversari: il trentennale delle «Riforme e Aperture» con la retorica su modernizzazione e sviluppo scientifico, i 90 anni del movimento di nuova cultura (4 maggio) con enfasi sull’aspetto nazionalistico piuttosto che su quello di radicale cambiamento, il terremoto del 2008 nel Sichuan e la retorica su ricostruzione e coesione nazionale in tempi difficili. Poi il silenzio. Questo silenzio, questo tabù è riempito di pubblicità legate all’istruzione privata: corsi di perfezionamento, informatica, studio delle lingue all’estero a costi elevatissimi, creme contro l’acne giovanile accanto al manifesto con le regole per entrare nel partito. Ma anche il paradigma della post-modernità si rivela inutile per comprendere i mutamenti in atto in Cina: facciamo allora due chiacchiere con alcuni «nostri» studenti. Siamo uno straniero e un cinese della generazione degli ’80 di fronte a giovani nati nell’89. Ci chiediamo come mai, a 20 anni di distanza, le università non sono più luogo di riflessione, di conflitto. «Quando ero alle superiori l’università era il paradiso, la liberazione dai ritmi ossessivi di studio tutti volti al superamento dell’esame finale, il fatidico gaokao ». E ora? «Un luogo di passaggio, un momento per acquisire, se hai la fortuna di avere bravi professori, alcuni strumenti per il mondo del lavoro». «Sì, ecco, uno strumento. La pressione si concentra sul trovare lavoro, sulle aspettative che abbiamo e che le nostre famiglie hanno su di noi e il nostro futuro». Lasciamo gli altoparlanti della radio universitaria fuori dalla mensa, ci sediamo a mangiare sotto la televisione dell’università. Fate dibattiti su quel che accade fuori di qui? Ne parlate con i professori? «I professori hanno altro da fare e poi cosa ne capiscono? Dentro l’università, fra di noi, certo capita di discutere. Ma è in rete che ci informiamo e alcuni di noi sono molto attivi. Avete sentito dire del fenomeno Wangluo baomin e del Renrou shousuo?». Netizen Mob e Human-flesh search sono due fenomeni estremi dell’utilizzo della rete da parte degli internauti cinesi. Tramite la rete, le bbs, i blog si denunciano casi di immoralità e ingiustizia «dal basso». La violenza verbale e psicologica che caratterizza questi fenomeni ha dato il pretesto per una nuova legge, tutti dovranno dare il proprio vero nome tramite un sistema di registrazione prima di esprimersi in rete. «Ma no, solo pochi usano internet per criticare con violenza. Partono da un vago senso di giustizia ma poi si arriva alla caccia indiscriminata nella privacy delle persone». Alla domanda se conoscono i fatti dell’89, la risposta è netta: «Certo». I tabù vietano qualcosa che tutti sanno. L’89 c’é? Nel 1994 in Cina è finita la pratica del fenpei , essere assegnati a un’unità di lavoro. Dagli anni ’90 è il mercato a regolare il lavoro, così come era lo Stato di mercato a dismettere le aziende pubbliche con licenziamenti di massa. La Cina si apre, si muove tutto: liudong. Liu è scorrere, Dong movimento. Liudong significa flusso: quello degli studenti in cerca di università di fama, dei lavoratori migranti (floating people) per la sopravvivenza, dell’immaginario globale e fluttuante dei consu-mi e delle aspirazioni della media borghesia, dei cinesi della diaspora e della Greater China, dei capitali per la ricchezza sempre meno distribuita. Liudong è la merce della fabbrica del mondo e al tempo stesso è l’aspetto immateriale-comunicativo della merce stessa. Reebok o Nike o Adidas nel fango di anonime periferie e la testa olimpica fra le nuvole del capitale finanziario. I giovani hanno memoria, ma non è collettiva. I giovani criticano, ma non fanno politica. Nel flusso della loro esistenza reale/virtuale il momento decisivo è l’esame finale delle superiori, che determina tutta la vita. Questa è la tradizione che non muore (non le pagliacciate neoconfuciane). In base al voto finale si può entrare nell’università. Delle 1000 circa esistenti, 110 rientrano nel «progetto 211», a cui il governo dà sostegno. Se riesci a entrarci, avrai un lavoro soddisfacente anche se non proprio come nelle aspettative. Se l’esame va male, allora entri in università semi-private oppure vai all’estero. Per l’Italia, ad esempio, lo spirito di Marco Polo è diventato lucro da mercante su studenti che provano a rientrare nella competizione feroce del mondo del lavoro con titoli di studio stranieri. Nulla è gratis, ovvio. Chi entra nelle università semi-private o ha la fortuna di andare all’estero ha famiglie con buon reddito. Dire che gli studenti non hanno memoria è senza senso: sono pragmatici e flessibili come li vuole il mercato. L’89 ha aperto al mercato e ha chiuso alla possibilità di una sua crescita partecipata e collettiva.

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