Mentre attendiamo, con poca ansia, le fantasmagorie da expo delle future “eco-city” in Cina, di cui fa davvero maraviglia il caso di Dongtan 东滩  nell’isola di Chongming 崇明 di Shanghai, trattato da Christina Larson qui, conviene guardare quello che si muove nella vasta Zona Speciale che e’ diventata la Cina intera. Stiamo contribuendo al progetto “la nostra Better City”, sembra naturale allora riportare “il nostro East Lake della citta’ di Wuhan”, da un post di China Study Group, scritto da husunzi

“Hundreds of Wuhan citizens are fighting to save the city’s East Lake Ecological Tourist Scenic Area (东湖生态旅游风景区) from plans to fill in part of the lake and develop the area commercially. Villagers and fishery workers evicted by the development have been negotiating with the local government for compensation since December, in the face of physical assault by hired thugs. And last week hundreds of urban residents and students planned a protest march, but this was canceled after police visited the homes of organizers, students were warned against participating by school authorities, and at least one organizer had his internet cut off. Representatives of the development company and the local government held a press conference denying that any part of the lake would be filled and claiming that the development would not hurt the area’s ecosystem, and information to the contrary has been removed from websites. But critics of the plan want to continue the fight and are presently preparing protest activities including a petition and postcards to be sent to the central government, a campaign to pitch tents and camp out at the development site, and a newsletter and internet forum to enable public discussion of the issue CONTINUA QUI” .

Perche’ sottolineare la similarita’ dei due casi tramite il “nostro”? Siamo (dovremmo) essere abituati a considerare, in ambito socioantropologico, la dicotomia “noi/loro” come caratterizzante i processi che portano alla definizione dell’identita’ per esclusione. Ma qui siamo lontani, non solo non c’e’ esclusione da parte del “noi/nostro”, ma c’e’ appropriazione di qualcosa che viene sottratto, dove il “loro” non e’ affatto un altro gruppo sociale che si contende il territorio, e’ invece quel gruppo di interessi e potere che collega il governo (locale in questo caso) ai costruttori, esclude, lui si, la possibilita’ di discussioni e decisioni allargate: partecipate. Conflitti che tentano di dare un significato altro, diverso dall’ideologia dominante dell’arricchimento e dello sfruttamento, ai danni della popolazione residente e delle risorse naturali in questo caso, sono diffusi in Cina. La sbandierata coscienza ambientale, citta’sostenibile, citta’ better ad ora non e’ affatto partecipata, sembra essere invece una manovra di mercato. Paradosso non tanto inverosimile sarebbe avere degli appartamenti di lusso sul lago in questione, ma a basso consumo.

La coscienza ambientale viene dunque risignificata, tra lo slogan dall’alto e il conflitto sul terreno materiale della vita quotidiana. Il passaggio chiave e’ quello iniziato nella seconda meta’ degli anni ’80, quando la terra, da risorsa e luogo dell’abitare e del vivere, e’ divenuto luogo di investimento tramite le abitazioni e modelli di vita e socializzazione sempre piu’ unidirezionali, vale a dire tesi al consumo e centrati sugli interni abitativi. Sara’ dunque l’allargamento della domanda interna in Cina a bilanciare gli squilibri sia domestici sia dell’economia globale? O sara’ un rafforzamento di un modello di “sviluppo” che mangia, letteralmente, la vita? Quanto alla citta’, utile sarebbe un’analisi che allo scintillio da urlo e alla verticalizzazione da record sostituisca un orizzonte di relazioni in cui la metropoli perde il logo “global city” ed esprime invece la propria natura conflittuale, il suo essere dentro una rete che, a dispetto delle apparenze, la porta continuamente fuori da se’.

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