La cultura cinese ha un futuro? Tian Xiaofei

Pubblicato: aprile 6, 2010 in Zona 區
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田晓菲,  天涯 2009-1 原文

Di fronte a tutte quelle grandi questioni da cui ci si aspetta una risposta si/no mi metto sempre istintivamente in guardia, perche’ nella vita reale le cose non sono mai cosi’ semplici.Quando mi hanno invitato a partecipare al dibattito “la cultura cinese ha futuro?” mi sono risolta ad accettare perche’ speravo di avere occasione, a fronte di questa questione, di esprimerne un’altra: “quale cultura cinese?”. Ma intanto per un momento fateci adottare una posizione ottimista ipotizzando che la cultura cinese abbia un futuro certo e che, stando in quel futuro, rivolgiamo lo sguardo al passato. Fateci immaginare che in quell’epoca del passato la Cina e il mondo esterno hanno iniziato un contatto che ha fortemente influenzato la cultura cinese. In quell’epoca, molti testi stranieri vengono tradotti in lingua cinese e vengono assimilati da ogni settore della societa’. Molte cose e’ inevitabile che si perdano nella traduzione, ma questo non impedisce ai materiali che vengono di continuo letti di cambiare profondamente le persone. In quell’epoca, terminologie straniere sono entrate a far parte di ogni aspetto della vita comune, gli stranieri sono arrivati in Cina, vivono in mezzo ai cinesi, si occupano di commercio, studiano la lingua oppure insegnano agli studenti. In quell’epoca, i cinesi viaggiano o proseguono gli studi all’estero o ci vivono in modo permanente. In quell’epoca, in molti sono fortemente preocuppati per una eccessiva influenza che la cultura cinese subisce dall’estero, ma anche in molti accolgono favorevolmente queste influenze facendo appello alla tolleranza e alla liberazione del pensiero. In quell’epoca, l’aspetto della cultura cinese subisce un cambiamento profondo e duraturo. Il periodo a cui mi riferisco, naturalmente e’ la media antichita’, quello che viene spesso chiamato “dinastie del nord e del sud”. Ma il senso qual e’?

Non intendo dire che al mondo non si verifichino fenomeni nuovi, che tutto si ripeta nella storia, non sarebbe realistico. Vorrei invece dire che, prima di formulare la domanda “la cultura cinese ha futuro?” bisogna porne un’altra:” qual e’ il passato della cultura cinese? Come si e’ sviluppata fino ad oggi?”. Poiche’ quando ci rivolgiamo alla storia ci accorgiamo che non esiste un’ unica cultura cinese, e che persino non esiste una cultura “cinese” nel senso moderno. Nel momento in cui un qualsiasi tipo di valore entra in Cina viene visto come straniero, non locale, poi, passato del tempo, diviene una parte standard di cio’ che noi usiamo per descrivere la “cultura cinese”. In altre parole, la cultura cinese e’ un mix plurale, pieno di valori fra loro in contraddizione, alcuni dei quali non si possono risolvere ne’ armonizzare.

Negli ultimi anni, uno dei fenomeni culturali piu’ rilevanti e’ la “febbre” degli “studi cinesi” (studi nazionali/tradizionali). Semplicemente, “studi cinesi” si riferisce agli studi fatti sul passato culturale della Cina. Lo Stato supporta fortemente questi studi perche’ possono nutrire lo spirito nazionale e un senso di appartenenza. C’e’ in Cina un sito internet molto influente di “studi cinesi”. Non molto tempo fa questo sito ha fatto la lista dei “10 personaggi piu’ influenti degli studi cinesi del 2007”. Fra questi dieci ci sono sia famosi studiosi di lungo corso sia autori di libri noti in tutto il paese. Fra loro c’e’ un giovane ed il motivo per cui e’ stato messo nella lista e’ perche’ nel suo blog personale ha pubblicato un diario contro l’apertura di un caffe’ Strabucks nella Citta’ Proibita. Si dice che questo diario abbia ottenuto l’appoggio di decine di migliaia di internauti. Dopo non molto, Starbucks ha lasciato la Citta’ Proibita.

Di questo fatto culturale si possono fare diverse considerazioni, ma appena lo si immette nel contesto degli “studi cinesi” e della “cultura tradizionale” ha una sola probabile lettura, cioe’ la ricerca anima e corpo della purezza della cultura. In altre parole, significa che tutti gli elementi esterni non puri devono essere esclusi in usanze fuori dal territorio sacro della tradizione. Cio’ conferisce alla “citta’proibita” un significato del tutto nuovo: prima “proibito” era infatti riferito alle classi; adesso invece lo si riferisce all’etnia e alla cultura. Per giunta, ed e’ ironico, per trecento anni la Citta’ Proibita e’ stata la sede della corte imperiale mancese; quando i mancesi entrarono a conquistare la Cina nel XVII sec. erano visti come barbari selvaggi, profondamente avversati dai cinesi. Durante tutta la dinastia Qing, i dominatori mancesi hanno sempre mantenuto un trattamento differenziato e una forma di segregazione razziale fra cinesi e mancesi.

Fino ad oggi, sotto l’influenza dell’ideologia dello stato-nazione, ci possiamo accorgere di una nuova forma di segregazione, quella tra dentro e fuori. Qui la questione e’: cio’ che viene considerato come “dentro” (interno) non e’ mai stato qualcosa di puro ma invece corpo mescolato e mixato. Se “dentro” e’ fin da subito “inquinato” da “fuori”, allora risulta seriamente difficile mantenere la differenza dentro/fuori. Un mio amico del Sichuan, dopo aver saputo che il peperoncino e’ stato importato in Cina dall’America ci e’ rimasto male, perche’ cio’ significa che il Sichuan non e’ “fin dall’antichita’” caratterizzato dai sapori piccanti e in piu’ che il peperoncino non e’ “cresciuto” in quel luogo. A dirla tutta, gia’ nella prima antichita’ il Sichuan non solo non era caratterizzato dai sapori piccanti ma al contrario aveva il sapore dolce come principale.

Questa e’ un’ allegoria, ci dice della fluidita’ e mobilita’ della storia e dei sapori, merci e cibi—dei cambiamenti enormi che si sviluppano nel lungo periodo e che vanno a costituire i complessi elementi di quella che noi oggi chiamiamo “cultura cinese”.

La “febbre degli studi cinesi” tende poi a far coincidere la cultura tradizionale con quella del confucianesimo. Ma vedere la cultura cinese come cultura confuciana pura e singolare e’ un grande disconoscimento verso la cultura tradizionale, una sua semplificazione. E’ vero che il pensiero confuciano e’ stato utilizzato in antichita’ come uno dei principali strumenti di controllo del popolo da parte del governo, ma la cultura buddhista e taoista possedevano una forte presa nella societa’. E poi, ancora piu’ importante, in ogni periodo della storia fino ad oggi, il confucianesimo e’ stato di continuo elaborato e interpretato; dunque i valori del confucianesimo sono un prodotto storico e non invece da Confucio in poi trasmessi in modo fisso senza alcun cambiamento. Come studiosi, la nostra responsabilita’ e’ studiare il processo di formazione in cui questi valori e visioni sono cambiati, vale a dire studiare il processo con cui il confucianesimo nel lungo periodo della storia cinese e’ stato di volta in volta istituito. La nostra responsabilita’ non e’ informare le persone a quali valori doversi conformare e nemmeno voltare le spalle ai valori. Questo in prima battuta e’ dovuto al fatto per cui la nostra epoca non e’ piu’ quella “feudale” (chiusa) in cui i letterati istruivano il popolo nel pensiero e nello spirito, ma e’ invece un’epoca democratica e aperta, vale a dire un’epoca dove ogni persona ha il diritto e il dovere di fare scelte per se’ stessa, le masse non non sono piu’ ignoranti da necessitare della guida e dell’insegnamento del letterato. In seconda battuta e’ dovuto al fatto per cui l’atteggiamento di propaganda dei valori del confucianesimo e’ stato, seriamente parlando, come quello dei missionari, non quello di studiosi. Come studiosi, cio’ che dobbiamo dire e’ che il confucianesimo e’ un ideale della societa’, non essendone mai stato una realta’.

Infatti, se la tradizione confuciana sottolinea fortemente la pieta’ filiale, e’ perche’ nell’ambito della vita familiare fra genitori e figli sussistevano relazioni conflittuali; se la tradizione confuciana valorizza la lealta’ al signore e’ perche’ vi erano diverse altre forme di lealta’, per esempio la fedelta’ al proprio gruppo d’appartenenza etnico o familiare, cosa che influenzava spesso la lealta’ verso il signore o il re. Wu Zidan, suddito dello stato di Chu, nella versione originale, per dare sfogo all’odio vendicativo della propria famiglia, scoperchio’ la tomba del re Ping di Chu, ne scudiscio’ il cadavere finche’ ne fu soddisfatto; e’ forse un comportamento che si puo’ considerare adatto ai valori confuciani? E poi, dopo morto Wu Zidan e’ stato venerato come una divinita’, in molti posti del Jiangnan sono stati edificati dei templi in suo nome dove di generazione in generazione le persone sono andate a bruciargli incensi e prostrarsi. Se la societa’ tradizionale cinese viene vista come societa’ confuciana, come si spiega questo fenomeno? Vediamo Nuozha, originariamente proveniente dalla mitologia indiana che e’ diventata un personaggio della societa’ cinese conosciuto da tutti, all’inizio dovuto a un romanzo dal titolo “Feng Shen Yanyi” (romanzo delle investiture delle divinita’), oggi invece dovuto a un cartone animato ormai classico e recentemente a una serie televisiva. Questa Nuozha, considerata come un’eroina culturale, era una figlia che aveva in cuore la bramosia di uccidere suo padre, e dunque fino a oggi e’ ancora profondamente accettata dalla cultura di massa;nel 2007, la compagnia di Shanghai che produce la Volkswagen ha addirittura chiamato un suo modello “Nuozha”. Come puo’ il pensiero confuciano assimilare questo tipo di personaggio, come spiega il “fenomeno Nuozha”? Semplice: la cultura confuciana non puo’ assorbire Nuozha; e’ in altri luoghi che dobbiamo cercare spiegazioni al “fenomeno Nuozha”.

Ebbene, quando noi consideriamo analiticamente la realta’ sociale, quando osserviamo nei particolari la storia troviamo che ogni cosa si fa complessa. Una memoria di corto respiro allora e’ comoda, soprattutto per chi governa uno Stato. I governi non hanno interesse rispetto a piccole e complesse questioni di natura conoscitiva; ne ha invece verso cio’ che solo puo’ controllare la gente, cio’ che puo’ fare gli interessi dello Stato. Una memoria di breve periodo, forse e’ per l’uomo un modo per persistere nella propria sopravvivenza, cio’ infatti ci garantisce di raccogliere le nostre forze sulle sfide e i problemi che dobbiamo affrontare e non invece andare a pensare alle cose di qualche secolo fa, meno che mai a quelle accadute migliaia di anni fa. Poiche’ abbiamo cara la sopravvivenza dell’uomo, oltre al riscaldamento del pianeta, l’inquinamento ambientale, l’ H.I.V. e la crisi economica, dobbiamo anche considerare altri tipi di cose. Dobbiamo sopravvivere, ma il nostro obbiettivo finale differisce da quello della specie animale o vegetale; dobbiamo anche vivere. Ecco perche’ cultura, storia, educazione umanistica sono cosi’ importanti. L’universita’ non e’, o almeno non dovrebbe solo essere un posto di formazione di personale specializzato. Nell’universita’ certamente dobbiamo operare per una preparazione all’occupazione futura, studiare arti e tecniche specialistiche; ma l’universita’ e’ anche il luogo dove noi iniziamo a conoscere noi stessi, iniziamo a riflettere su noi stessi e iniziamo a conoscere e riflettere oltre noi stessi verso il mondo esterno. Molti intellettuali cinesi ritengono ancora che il loro dovere sia dire alla gente in che modo debba vivere e pensare. Hanno tutte le certezze: quali parti della cultura tradizionale preservare e quali abbandonare. Non si puo’ fare cosi’ nell’epoca della rete e della democrazia. Non possiamo decidere al posto di un altro quali debbano essere i suoi valori, non solo perche’ non ne avremmo il diritto, ma perche’ i valori non sono fissi, ma nel lungo corso del fiume della storia lentamente si formano e continuamente cambiano. Come studiosi, quel che dovremmo e possiamo riuscire a fare e’ mostrare i percorsi storici entro cui i valori hanno preso forma, di continuo ricordare alle persone la storia.

Se ci facciamo attenzione, ovunque possiamo vedere le tracce della storia, storia che non e’ sopravvivenza di un etichetta fossile da “studi cinesi”, ma fibra vivente della vita sociale che sopravvive nella nostra vita quotidiana. Torniamo a Starbucks. Qualche anno fa in uno Starbucks di Via Fuzhou a Shanghai c’era attaccata una poesia in una cornice di vetro, scritta da un cliente per cantare e apprezzare il caffe’, lo stile era quello a sette caratteri. Oltre alla forma classica tradizionale, questa poesia appartiene ai “recitativi di oggetti” sviluppatisi durante le Sei Dinastie.

Scritta direttamente sul muro oppure in una apposita cornice poco importa, si tratta comunque di un modo di fare che ha una lunga storia nella tradizione cinese. Una poesia in stile tradizionale vista sul muro di Stabucks e’ quasi il rovescio dell’episodio della Citta’ Proibita. Una situazione e’ quella di espulsione e negazione di ogni elemento che non sia “puro”; un’altra invece e’ quella di buona accoglienza e addirittura valorizzazione di elementi non puri. Quale, in fin dei conti, la situazione che esprime la vera condizione della cultura cinese ai mie occhi e’ fin troppo chiara.

Il caffe’ ha origine da una situazione di confine tra il mondo cristiano e quello mussulmano. Dall’Etiopia e’ passato in Yemen, da qui all’Arabia e ancora in Europa, America infine in Cina. Come il peperoncino, il caffe’ e’ prodotto di importazione. Fluttuano le merci, cosi’ le persone; i confini vengono abbattuti, la cultura si fa complessa. Nell’epoca medio-antica cinese, le persone spesso viaggiano, non solo nel contesto locale ma anche all’estero. Ancora oggi siamo in viaggio: e’ una buona cosa. Dopo una lunghissima strada percorsa siamo all’oggi. Tra il turista e il viaggiatore c’e’ una differenza fondamentale: il turista ha uno sguado superficiale che si mantiene in lontananza; il viaggiatore va piano, passa e ritorna, lentamente assorbe i luoghi in cui passa e le persone che conosce. Il viaggiatore viene cambiato dal viaggiare e al contempo accoglie e accetta questi cambiamenti.

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