L’Oriente che ci è esploso in mano: un tracciato di guerriglia semiotica

Pubblicato: marzo 24, 2010 in Zona 區
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L’idea di un sapere dialogico aperto, di una conoscenza senza fissa dimora e di una relazione fra soggetti interessata, tramite il vissuto, il «punctum dolens» piazzato tra rappresentazione e processo, agli altri soggetti nel loro/nostro reciproco farsi, è ciò che fa del disorientamento meno il suo perdere l’oriente, perdere cioè una essenza di più, che poter attraversare confini senza mappe preconfezionate.


Diego Gullotta, Fabrizio Torricelli (2006)

Occasio scribendi. È in questione un certo qual disorientamento connesso con i cosidetti studi orientalistici: questione essenzialmente metodologica, emersa da un interrogarci serrato su tali discipline nel loro insieme. Com’è naturale, le riflessioni che seguono sono intimamente legate alla nostra esperienza di orientalisti sempre più disorientati.

Consideriamo il caso di uno studioso che si trova in una biblioteca per una ricerca. È un buon indice della sua «professionalità», la prontezza con la quale egli sa orientarvisi, la capacità con la quale riesce ad organizzarsi fra ogni genere di repertori, cartacei e informatici: «…Questi cataloghi a soggetto sono buoni, ma sono aggiornati ad una trentina d’anni fa; anche quello per autore funziona, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo decennio; eccellente, invece, il catalogo del Fondo Taldeitali: c’è quasi tutto quello che mi occorre per ‘sto cazzo d’articolo…» e così via. Tutti gli studiosi di rango, tutti coloro i quali mangiano di gusto anche la polvere delle quisquilie bibliografiche, sanno come cercare, dove cercare. Sanno, in una parola, orientarsi.

Fra questi acari della cultura vanno annoverati anche due orientalisti, ambedue avvezzi ad orientarsi nelle biblioteche di più di un continente, giovane l’uno, vecchio l’altro.

Sinologo per necessità e sociologo per una promiscua interpretazione del sapere data da una certa antropologia culturale, il giovane ora si sta addottorando nella «Libera Università della Precarietà» presso la cattedra di «Disorientamenti».

L’altro acaro, un tibetologo studioso del buddhismo, studioso con un taglio filologico, aveva iniziato i suoi studi in una stagione ancor rigogliosa di profumate certezze. Ignaro di non essere mai uscito dal giardino della retorica, aveva udito di un frutto che egli credeva della verità, e lo cercava per cibarsene. Unico suo punto fermo: se il sapere non produce vita, se non è la vita a parlare in quel sapere, non è sapere. Così pensava il tibetologo. Viaggi e prolungati soggiorni in Asia gli avevano poi insegnato che quei testi che, con acribia, sezionava comparando, scegliendo ed emendando, erano spesso muti anche agli abitanti delle stesse contrade da dove quegli antichi documenti provenivano. Se non muti, in qualche modo estranei. Ancor più estranei dalle nostre parti a quanti se ne professano conoscitori, seguaci, cultori e praticanti. Lo psicologo, leggendo quei testi, vi cerca conferme a quanto dice il suo autore di riferimento. Il professore vi registra somiglianze e differenze, ma evita che il contenuto lo coinvolga davvero. Lo spiritualista tutto sussume sotto l’ombrellone «uno-è-dio-infiniti-i-suoi-nomi», così soffre meno. Il fascista strizza l’occhio, sibilando di condottieri, santi, iniziati ed eroi. Il tradizionalista, quel che legge in quei testi è che prima era meglio. Testi che l’impiegato «new-age» compra in elegante traduzione al centro di dharma, insieme a incenso tibetano e grano saraceno; parla di energie sottili e sospirando ti dice che è il suo karma se fa da vent’anni un lavoro di merda. Nella mente del nostro tibetologo emergeva sempre più chiaro il fatto che, da anni, egli si occupava di un Oriente che è solo una possibile narrazione dell’Oriente e che, anzi, privo di ogni consistenza ontologica, il termine stesso tradisce tutto il suo eurocentrismo: «oriente» rispetto a cosa? rispetto a dove? Forse, pensava, era necessario uscire almeno un po’ dalle categorie geopolitiche dell’imperatore Teodosio (395) e di Jalta (1945). Saturo d’inautentico, sempre più sazio di storia monumentale e di storia antiquaria, poco per volta, si era trovato a condividere lo spazio (culturale e non) con altri studiosi più abili ad articolare gomiti e ginocchi che pensieri vivificanti. Lui cercava altro, ma si era trovato a scrivere articoli scientifici di circostanza. Aveva intrapreso un cammino che credeva gli avrebbe dato le risposte che cercava e stava rischiando di diventare un cortigiano.

I due orientalisti, il giovane e il vecchio, il sinantropologo e il tibetologo, – cioè noi –, si incontrarono nello stesso istituto, nella stessa biblioteca, biblioteca orientalistica, e qui inizia la nostra storia. E il nostro disorientamento.

Per annodare, dunque, nuovi fili al tessuto che da anni fila e disfa un discorso aperto e che non pretende nessuna conclusione, per narrare insomma di come l’Oriente ci sia esploso in mano e ci abbia lasciati felicemente disorientati, senza campo, non possiamo non partire dalla seguente espressione: «Organizzazione, selezione e integrazione del materiale librario nelle sale di consultazione della Biblioteca»: locuzione amministrativa a titolo di un progetto (co.co.pro.) concepito e realizzato all’ombra d’un implicito imperativo: chi non lavora non mangia!

In vista di una migliore organizzazione della «Biblioteca» e, soprattutto, di una maggiore e sempre più diretta fruibilità delle sue raccolte, era in predicato un intervento che razionalizzasse gli spazi a scaffale aperto delle due sale: di lettura e di consultazione o, come la rinominammo in seguito: «degli indici», rubando l’indicazione a Duchamp.

M.Duchamp, Tu m’, 1918


Indici, dunque. Soprattutto indici, perché il titolo impresso sulla costola di ogni libro in quella sala avrebbe indicato, annunciato, non solamente il contenuto del libro stesso ma anche, e soprattutto, la folla degli enunciati sepolti (inesplosi) nei magazzini della biblioteca, fino a costituire modalità discorsive complesse. Immaginammo quel titolo indicare (ed essere indicato) gli (dagli) altri presenti nell’ognidove della sala, in un gioco di imprevisti, ma possibili, rimandi. Immaginammo una polifonia notturna di tali titoli, il brusio del loro segreto dialogare: talvolta ammiccante, seduttivo; talvolta interrogante, talaltra accusatorio, polemico.

Capaci di orientarci in una biblioteca già esistente, eravamo ora chiamati a orientare il luogo più rappresentativo di una biblioteca, la «vetrina» del sapere orientalistico colà raccolto. Orientare da zero!

Barthélemy d’Herbelot de Molainville, Bibliothèque orientale, prima ed. 1697,

In uno stato di eccezione che ci ha fatto assaporare per qualche minuto l’ebbrezza della sovranità, precipitammo in un ambiente, in uno spazio semivuoto che ci accerchiava con il suo contenuto: scaffalature di libri. Si trattava di immaginare uno spazio per arredarlo: figurarlo dunque come contenitore, vuoto o pieno che fosse, abitandolo a partire da un suo punto. Punto che si faceva centro. Lo spazio circondava e stimolava la contemplazione. Luogo d’argomento – le «sale di consultazione» –, lo spazio si formava e si deformava; si imponeva attorno, facendosi tondo, ovale, come uovo: come occhio senza palpebre che, fissandolo, ne giustificava l’esistenza. Lo spazio non era là (là dove?), prima: prima che il tempo-vettore lo trafiggesse come farfalla dei Tropici. Che fare, dunque, di un’estensione perimetrale, percorrendo la quale a partire da qualunque punto, necessariamente vi si tornava?

Libri, dicevamo, in una biblioteca come metafora della galassia culturale. Solo libri che, oltre la loro verità oggettuale, rappresentano altrettanti nodi di un reticolo epistemico in un sistema di rimandi ad altri libri, ad altri testi, ad altre frasi (Foucault). Solo libri. Libri di una biblioteca specialistica, in un istituto ove si studiano le culture dell’Africa e dell’Oriente: ove si nominano, se ne descrivono e catalogano le genti; se ne (ri)costruiscono ed ordinano le vicende, le lingue, i monumenti, i documenti. Eppure, una volta deposti gli occhiali essenzializzanti della metafisica, titoli del tipo «lo spirito asiatico», «il buddhismo tibetano», «lo sciamanesimo», «la civiltà africana», oppure «l‘arte primitiva» ci inducevano ad un qualche sospetto, in quanto le culture, i campi di sapere che esprimerebbero tali titoli si rivelavano invece quali processi negoziali in atto (Clifford). Mutuando dalle ricerche semiotiche ove si afferma che il punto di partenza di qualunque analisi non è il singolo segno isolato, la parola, ma il rapporto tra almeno due segni (Lotman), sempre più chiaramente emergeva la natura dialogica di ogni cultura: dialogo aperto e anomico, luogo di interferenza, di attrito, di scivolamento tra sottoculture, tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra differenti gruppi, differenti modi d’essere e di comunicare (Clifford).

Altro problema, forse il più disorientante. «Africa» e «Oriente»: due locuzioni geografiche, se non cartografiche che, delimitandoli, hanno deciso campi di sapere specifici ed hanno permesso all’europeo, all’occidentale, di riconoscersi: fosse egli avventuriero, missionario, mercante, militare, funzionario amministrativo, esportatore di democrazia, o studioso, oppure due o più di tali figure contemporaneamente. Riconoscersi, dicevamo; affermarsi agli occhi del mondo (il suo), presentarsi sulla ribalta della storia (la sua), in nome di una narrazione che gli permetta di autorappresentarsi come il figlio prediletto di Dio.

L’orientalista e i suoi oggetti

Non possiamo non dimenticare la confusione che provavamo a far entrare tutti i paesi dell’Asia e dell’Africa in una tassonomia utile per una sala di biblioteca aperta al pubblico; una sala che, a rigor di logica, dovrebbe orientare già solo con un approccio visuale: qui l’Oriente, lì l’Africa; in fondo, in qualche angoletto, tutte le aporie, tutte le culture, le storie, le narrazioni, le memorie e le dimenticanze che non rientrano nel quadro. Nella rappresentazione.

Ulteriormente disorientante, emergeva poi il problema di stabilire una ripartizione neutra, oggettiva, del materiale documentale. Pensammo a divisioni d’ordine geografico (Africa, Asia, etc.) come a quelle meno compromesse da brividi essenzialisti. Ci rendevamo tuttavia conto che nemmeno simili divisioni erano neutre, come neutra non è la relazione fra mappa e territorio, fra rappresentazione e realtà. Quale mappa, infatti, esprimerebbe il territorio in modo oggettivo? Quale mappa, riducendo e, quindi, scegliendo fra tutte le informazioni che è possibile trarre dal territorio, non opera una selezione, non esprime nominando quello che spaccia per territorio, natura, preesistente logico, dato oggettivo? Quale mappa potrebbe coincidere con il territorio che rappresenta? Quale territorio potrebbe mai essere individuato da uno ed un solo tipo di mappa?

Hong Hao, The New World Map Series

La chiamata degli specialisti di ogni settore, di ogni disciplina, non fece altro che aumentare la complessità. Il problema era a monte: era nella logica stessa del progetto. Così scoprimmo che la mappa non solo non è il territorio, ma lo crea. Affermare, infatti, che la mappa non è il territorio (Korzybski) implicava molte cose. In particolare, se un qualsiasi atto culturale consiste essenzialmente nel dar nome alle cose, nel porle in una classe; se, poi, è vero che dare un nome è sempre un classificare, tracciare una mappa è essenzialmente lo stesso che dare un nome, e viceversa (Bateson). Nello spazio tra i tracciati e i nomi delle mappe e un territorio indicibile per essenza, percepimmo che le culture sono processi che vivono per lo più fuori dai confini della specialistica.

Scoprimmo anche che molto dell’Orientalismo poggia, dal punto di vista teorico, sull’idea positivista che sia possibile rappresentare fedelmente l’oggetto; che, se ancora non ci si riesce, è perché gli studi sono carenti. Carenza degli studi che si colmerà grazie all’approccio scientifico.

Trovammo inoltre che l’archeologia e la linguistica sono i nuclei centrali di questo approccio scientifico; materie che si avvicinano, o vengono avvicinate, alle scienze dure: discipline che hanno oggetti fra le mani, oggetti da tavolino, oggetti muti ai quali l’archeologo e il linguista estorcono adeguata confessione.

Ma più l’oggetto parla e meno si dice del contesto in cui sta parlando, di chi lo fa parlare, di come lo fa parlare. Il conforto trovato nell’analisi della Pastorale di Foucault servì a bilanciare l’amarezza di non poter più anelare a diventare scienziati ma solo bassi rivenditori di narrazioni, storie, effetti testuali, giririgiri del soggetto e altre paccottiglie da bibliotecodisorientati s-campati alla catena di montaggio del Sapere. Il mito (e si fa torto alla parola) del territorio è la giustificazione con cui l’autorappresentato e autofondato Orientalismo si perpetua, è il solito Progresso con la solita Storia, magari con sfumature umanitaristiche volte alla «mutua comprensione». Quel che resta dell’umanitarismo se lo sbranano poi le compagnie petrolifere e i produttori di armi. Su loro richiesta, i nuovi dizionari e le nuove grammatiche dell’Oriente.

La scomoda posizione di illuminati che disvelano il mito durò poco. Il rischio di creare al posto di una sala reference una babele linguistico-culturale fece andare via più volte la corrente dei nostri lumi. Alla sensuale ragione voltairiana si alternava la meccanica freddezza del Sade richiuso due volte, galera e poi manicomio, indistinto poi disciplina.

C’era una via di fuga? un varco fino ad allora non scoperto? No. La favoletta dello scienziato che vede ciò che prima nessuno vedeva, ultimamente, ha perso attrattiva nel pubblico. Così non rimase altro che mettere fino in fondo tutto il nostro contesto, il nostro posizionamento, la nostra autorappresentazione dentro quel progetto e renderla esplicita. Evitare le maglie dell’orientalismo in una biblioteca di orientalistica significò fare emergere le contraddizioni della classificazione.

Poiché qualunque cosa è le relazioni che la definiscono, come processo, non come entità, la creazione di sezioni appositamente dedicate alle «Relazioni» non solo allargò l’orizzonte del possibile intrecciarsi delle culture, dell’«in-between» che le rende processuali, senza bordi disegnati una volta per tutte, ma, soprattutto, quando emersero le relazioni «Asia-Asia» (nel senso che le relazioni stesse crearono quella sezione), tutta la certezza su cui la Sala – come esempio di una istituzione, che a norma di legge, è legittimata a produrre sapere sull’Oriente – poggiava, cioè la metodologia Nostra, di Noi europei, venne meno. Da quelle relazioni ne emersero altre, alcune produttive, altre al limite della singolarità: una sezione per un libro solo, una sezione senza libri, una sala senza pareti. C’era di che essere fieri. Crollato l’eurocentrismo, esploso l’orientalismo, c’era tutto un mondo di relazioni da reinventare, in più con una legittimazione assolutamente extra-scientifica: la marca esperienziale e contestuale come unico garante dell’efficacia (e non più della validità) dei loro tagli, dei loro sezionamenti fatti su una geografia in continuo divenire.

Quanto più parziale, quanto più singolare, tanto più l’azione del catalogare appariva straordinariamente più produttiva di quella di un archeologo o di un linguista da tavolino o di qualsiasi altra Logia da salotto o da passeggio. L’occhio che vede e che conosce è il proprio continuo tagliarsi.

Osservatori partecipanti, Fieldwork

Le benefiche ricadute sui muscoli, non dell’anima ma del corpo, nello spostare continenti e grammatiche, servirono poi a dimostrare quanto si possa fare a meno della gobba e degli occhiali quando si tratta di sapere e di esperienza.

Yang Fudong,The First Intellectual,2000

yang fudong the first intellectual 2000

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