Globalizzazione, Modernità e Cina

Pubblicato: marzo 19, 2010 in Zona 區
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Arif Dirlik

Non sono soltanto gli studiosi cinesi che ricercano e riflettono sulla storia della Cina, anche quelli statunitensi, europei e di altri luoghi cercano allo stesso modo di provare a interpretare, a dare delle spiegazioni fornite di senso e la cosa su cui bisogna fare attenzione è che i cambiamenti impetuosi degli ultimi venti anni nello scenario mondiale inevitabilmente hanno influenzato il percorso delle ricerche di questi studiosi. Dunque, prima di tutto, vorrei parlare dell’influenza del fenomeno della globalizzazione sugli studi della storia della Cina contemporanea, poi vorrei esaminare in modo semplice i cambiamenti avvenuti nella società cinese e la loro influenza sugli studiosi statunitensi che si occupano della Cina

L’abbandono della rivoluzione negli studi

Possiamo fare caso al fatto che, nell’ambito degli studi, negli ultimi anni il discorso della modernizzazione ha preso il posto del discorso della rivoluzione. Dagli anni ’80 in poi,gli studiosi statunitensi che studiano la Cina hanno iniziato a non interessarsi più a tematiche legate all’aspetto rivoluzionario, quel che si dice “addio alla rivoluzione”, “trascurare la rivoluzione”. Uno fra gli esempi lampanti è che in molti hanno iniziato a occuparsi di Shanghai.E’ però necessario notare che, in relazione all’interpretazione della rivoluzione e della modernizzazione, il mondo accademico cinese è completamente diverso rispetto a quello statunitense.

Prima degli anni ’80 la situazione accademica statunitense non era affatto così. In particolare, negli anni ’70 la rivista più influente sugli studi della Cina negli U.S.A. era “Modern China”, editori e autori della rivista sono tutti studiosi entrati nei circoli accademici negli anni’60, Philip Huang, Edward Friedman e altri. La generazione ancora precedente, sebbene non desse importanza alla teoria,aveva  tuttavia nella modernizzazione la propria premessa e l’argomento correlato era che, proprio perché la Cina non si era sviluppata, allora era scoppiata una rivoluzione. Secondo la loro prospettiva, la rivoluzione è una conseguenza della mancata modernizzazione. Anche io appartengo  alla generazione che negli anni ’60 ha iniziato la propria carriera professionale degli studi, noi di quella generazione abbiamo subito l’influenza della rivoluzione del terzo mondo, del marxismo e rispetto alla visione della modernità cinese della generazione precedente avevamo una interpretazione differente—speravamo di spiegare perché in Cina era avvenuta una rivoluzione. E però anche fra di noi c’erano posizioni differenti, per esempio alcuni studiosi che nell’interpretazione del marxismo facevano ricerca servendosi della rivoluzione cinese stessa, tale che poi studiando la rivoluzione cinese ovviamente difettavano per una posizione di coinvolgimento. Io ovviamente apprezzavo la rivoluzione cinese, ritenendo che essa avesse dei punti di merito ma anche che avesse punti passibili di critica, per esempio le molte spiegazioni sbagliate del marxismo nel periodo della rivoluzione culturale. Comunque, la cosa più importante che la nostra generazione desiderava spiegare era perché era potuta accadere una rivoluzione in Cina. Eravamo convinti che quell’evento avesse necessariamente una propria ragione. Ancora un altro punto che non si può trascurare, gli orientalisti della generazione precedente avevano tutti subìto l’influenza della guerra fredda degli anni’50,loro non apprezzavano il marxismo e nella loro concezione infatti, la storiografia marxista non aveva nessun senso, erano completamente contrari alla strada intrapresa dalla Cina. Per esempio Albert Feuerwerker, nel libro da lui curato “History in Communist China” afferma che le conoscenze della Cina del tempo, avendo il marxismo come guida,erano solo ideologia. Quel  che ho scritto nel mio primo libro “Storia e Rivoluzione” rappresenta una reazione e una critica nei confronti di questa visione.Notavo come la tale comprensione del marxismo fosse incompleta, che in relazione a tutto ciò che circondava il marxismo, compresi gli sudi accademici cinesi, ci fosse necessità di proseguire con giudizi e riflessioni. […]

Dagli anni ’90 l’influenza della rivoluzione sulle ricerche accademiche degli studiosi statunitensi è diventata sempre minore, due gli aspetti: uno è che gli studiosi non si occupano più della rivoluzione, dando rilievo invece solo allo sviluppo commerciale,all’urbanizzazione di Shanghai e argomenti simili; l’altro è che, influenzati dalle teorie del postmoderno e del postcoloniale, alcuni studiosi  hanno unito le teorie che si sono svuluppate in America in merito allo stato-nazione agli studi politico-economici aprendo così una nuova strada. I contributi originali di questo ambito di studi ovviamente meritano un riconoscimento. Nel 1993 si è iniziato a pubblicare il periodico “Positions” che ha aperto una strada accademica che ha prodotto dei buoni contributi. In quel momento infatti, molti studiosi ritenevano “Modern China”  un periodico sempre più conservatore, avendo lasciato da parte la cultura, il pensiero a favore invece di un discorso incentrato sull’economia, quindi si è ritenuta utile un’altra rivista che potesse opporsi a questa sorta di tendenza.[..] Si può rilevare come, negli anni ’90, nei circoli accademici statunitensi vi fosse ancora la presenza di una riflessione su modernità e rivoluzione, ma la tendenza maggioritaria è stata caratterizzata sia dal trascurare sempre più la storia della rivoluzione, con sempre meno articoli sui movimenti dei contadini e dei lavoratori, cosa questa che fa la differenza rispetto agli anni ’70, sia dal  problema della dispersione dei modelli.[…] Se si guardano infatti i titoli di molti studi non si riesce comprendere dove e quali siano gli obbiettivi della ricerca. In passato chiunque poteva esaminare minuziosamente il senso di uno studio. Ma con l’influenza prodotta dal postmodernismo, il senso non sussiste, la ricerca su un argometo si fa solo perchè lo si vuole ricercare. E non c’è più esame del senso. Il sapere accademico certamente non deve essere sottoposto al campo politico, ma  non può nemmeno esserne completamente slegato. La situazione attuale è però quella di una ricerca che va nella direzione dell’interesse personale, che non riflette sui legami col campo politico. Parlando concretamente in merito agli studi cinesi, davvero non c’è un modello? La dispersione del modello non è già di per sè un modello ?

Unificazione della modernità

La posizione attuale rispetto alla modernità vede un fenomeno improvviso che può essere reso con un esempio chiarificatore—negli U.S.A. ci sono molti studiosi che si occupano intensamente di Shanghai, esaminano e sviluppano ogni tematica ad essa collegata, ma hanno un punto in comune ed è sul versante teorico, vale a dire che non si interessano a quale sia il tipo di modernità, quale quella cinese. Ovviamente, ciò che loro non rimarcano è che la modernità di Shanghai è una “modernità coloniale”.Quello di “Modernità coloniale” è un concetto molto importante[…] Poi c’è un altro aspetto terribile di questi studi ed è che nel guardare il ruolo della modernità cinese tutti si concentrano sulle città, il loro stile e simili argomenti. Così, questi studiosi quando studiano la modernità tralasciano la rivoluzione, il marxismo ed il senso sotteso è che il marxismo viene ritenuto come una modernità non vera, così come la rivoluzione cinese viene vista come un fenomeno non legato alla modernità. Ciò che interpretano come modernità è quella borghese, la modernità del capitalismo.

Certo ci sono delle eccezioni, per esempio il lavoro curato da Tang Xiaobin sulla modernità che non solo comprende accurati racconti relativi al mondo contadino, ma anche al mondo metropolitano. Si può così pervenire a questa riflessione, la storia della rivoluzione è una parte della modernità cinese, ne è anzi una parte molto importante e in più è una parte rilevante della storia dell’umanità degli ultimi secoli[…]

…bisogna citare Perry Anderson la cui spiegazione della modernità è significativa. Più o meno 15 o 16 anni fa lo studioso statunitense di studi culturali Marshall Berman ha scritto l’opera “All that is Solid Melts into Air”, trattandovi la questione della modernità. Anderson rivolge una critica completa a tale lavoro, rilevando come il modernismo non sia una questione di sensazione, come sia una questione legata alle relazioni sociali.Anderson propone la distinzione di questi tre concetti: modernizzazione (modernization), modernismo (modernism), modernità (modernity). La modernizzazione indica industrializzazione, metropolitanizzazione…; modernità indica le condizioni che possono produrre la modernizzazione; invece il modernismo indica la reazione che si ha nei confronti alla modernità, reazione che può essere di contrarietà, contrarietà che è parte della modernità. Se attraverso questi tre concetti si analizza la recente storia della Cina si può dire che tutti e tre sono stati affrontati nel campo degli studi accademici ma spesso il concetto di modernità (Modernity) è stato confuso.

Molti studi relativi alla cosidetta modernità, per esempio quello di Berman,si sviluppano senza considerare il percorso del terzo mondo,  non riflettono sulle relazioni fra terzo mondo e modernità, così come sulle relazioni tra imperialismo,capitalismo e modernità. Ed infatti la modernità europea e statunitense è collegata a quella del terzo mondo, non è affatto separata. Per questo bisogna dire che molti studiosi fanno poca chiarezza in relazione al concetto di “modern”, loro sottolineano soltanto la modernity legata all’urbanizzazione e simili, ma non  riconoscono la modernity della rivoluzione, del marxismo. Loro si accorgono solo dell’Europa e degli Stati Uniti, al massimo vi comprendono la Russia, non riconoscendo per nulla il legame presente fra modernità e terzo mondo. Inoltre loro sottolineano come vi sia conflitto fra la categoria della modernità e quella della rivoluzione, con la rivoluzione come corpo opposto non integrabile. Certo che noi non potremmo utilizzare la storia della rivoluzione per spiegare tutti i fenomeni legati alla Cina, ma il concetto della modernità di per sé comporta diverse problematiche, in particolare nell’ambito degli studi. Proprio in virtù dei limiti del concetto di modernità, molti studiosi si sono concentrati sulla postmodernità. Ma postmodernità è pur sempre modernità perché ha la premessa logica nella diffusione della modernità. Non importa dunque se è modernità o postmodernità, le due non sono sufficienti a dare spiegazioni.

Storia della globalizzazione?

[…] Su un altro versante, studiosi in U.S.A. e in Europa stanno incrementando delle critiche e delle riflessioni legate alla modernità e postmodernità. Una prospettiva forte è quella della globalizzazione e del transnazionalismo.Un risultato della globalizzazione negli U.S.A. è di nuovo l’interesse verso la storia mondiale, per esempio la pubblicazione del periodico “Journal of World History”, e persino alcuni studiosi hanno coniato il termine “global history”. Eppure a mio avviso, questa nuova proposta non comporta una nuova concezione, non spiega a sufficienza quale sia la differenza che intercorre rispetto al precedente “world history”. “Global” dal punto di vista teorico in che modo supera il concetto di “world”? Chi lo sostiene infatti non ha risolto la questione. Ma da questo esempio emerge come la globalizzazione abbia già influenzato l’ambito degli studi, di riflesso anche gli studi cinesi.

Attualmente, a vederla dalle teorie postcoloniali e dal postmoderno, la globalizzazione ha prodotto dei problemi impensabili. Certo, la globalizzazione è innanzitutto un fenomeno materiale, ma comunque entro questo processo si sono sviluppati dei flussi culturali transnazionali. E poi, principalmente la teoria del postmoderno affronta il primo mondo, quella postcoloniale principalmente il terzo, tutte e due le teorie hanno un quadro proprio di riferimento che si trova in contraddizione con la realtà culturale. Ad oggi, molto del portato di valore delle teorie postcoloniali e postmoderne è stato assimilato dagli ambiti intellettuali di ogni parte del mondo, ma per svariati motivi l’interesse verso questi due ambiti teorici si è via via indebolito.

Altro fenomeno di nota è che la nuova generazione di studiosi statunitensi sta di nuovo prendendo interesse verso il marxismo ed ha un atteggiamento critico nei confronti del postmoderno e del postcoloniale. Due le tendenze nell’ambito degli studi sulla Cina: una per cui le grandi narrazioni,sebbene il postmodernismo le abbia criticate, ancora producono effetti. Per esempio, nell’ambito degli studi della storia dello sviluppo del capitalismo, economisti degli anni ’60 quali Gunder Frank, Kenneth Pomeranz, R.Bin Wong, hanno condotto studi su fenomeni materiali di lunga durata la cui portata e influenza può dirsi davvero rilevante. Voglio qui citare una studiosa, la mia ex-moglie R. Prazniak e il suo “Dialogues Across Civilizations” che rompe con la metodologia tradizionale di civiltà intese come cosa  unica e che sviluppa un oltrepassamento della visione stessa di civiltà; poi c’è anche Sucheta Mazumdar con “Sugar and Society in China”,  anche lei studiosa materialista che tenta di studiare le differenze fra l’industrializzazione cinese e quella Europea. Per fare un esempio, lei ha evidenziato come per la produzione dello zucchero necessitasse l’istituzione della schiavitù, ma in Cina, fino al XIX sec.la produzione dello zucchero è stata una industria a conduzione familiare. A guardare il contesto di questa studiosa, possiamo comprendere l’ambito entro cui queste riflessioni si sono formate. S.Mazumdar è indiana e a New Deli c’è un centro studi che ha recepito il marxismo così come il maoismo, fin dagli anni ’60 vi prevale una corrente di sinistra […] in merito alla modernità la loro riflessione è: noi non siamo l’Altro della modernità, ma siamo un’altra modernità. Questa corrente si sforza di analizzare l’industria tradizionale indiana delle epoche precedenti, ha evidenziato come l’industria tradizionale fosse tutta legata all’ambito familiare e solo dopo l’epoca coloniale ha conosciuto una trasformazione in industria moderna.

La mia posizione nei confronti di questi studi è abbastanza semplice, infatti la loro analisi del capitalismo e il suo sviluppo poggia su una base economicistica, non c’è Stato, società, classe, persone. Loro spiegano solo il capitalismo, ma il capitalismo da dove proviene? Io credo che la questione principale in Gunder Frank consista nel rendere naturale il capitalismo. Verso Wallerstein e studiosi simili la mia critica è che  non fanno attenzione a che tipo di relazioni intercorrono fra organizzazioni politiche, organizzazioni economiche e capitalismo. Un mio studente ha inventato una parola che definisce questo tipo di studi sulla Cina: “Eurosinocentrism”. Sebbene questi studi si oppongano all’Eurocentrismo, tuttavia le loro modalità dividono ciò che è Europa e ciò che è Cina. Ci dicono che ciò che è sviluppato in Europa lo è anche in Cina. In tal modo, sebbene loro affermino di voler superare i confini di civiltà, nazione, tuttavia non vi riescono né riescono a osservare ciò che provoca dei cambiamenti qualitativi. Così quando si dice “Europa”, in realtà si intende solo alcune sue parti, Italia,Olanda, Inghilterra etc… e non si riflette invece su tutte le parti che la compongono. Discorso simile per la Cina, dove questi studiosi parlano dei germogli del capitalismo in epoca Ming e Qing. Se anche vi fossero stati i germogli, questi si sarebbero sviluppati solo nelle zone del Jiangnan e simili, non certo in tutta la Cina, eppure gli studiosi in modo generico parlano di “germogli del capitalismo cinese”.[…]

Ancora negli U.S.A. c’è un’altra tendenza nel mondo accademico, studiosi come Peter Purdue, Steven Harrel etc… considerano come punto chiave i confini nazionali, studiano il nord-est cinese, il sud-est, lo Xinjiang e altre zone, il senso è che è dai confini che bisogna guardare il centro e in questo modo si può superare una visione legata al centralismo. Dai confini guardare il centro, dall’estero guardare la Cina, quale è il significato? Molto chiaro, loro dicono che dopo essere entrati nel moderno,l’imperialismo non è solo in Europa ma anche in Cina. E’ con tale prospettiva che loro affrontano la dinastia Qing del periodo dell’ imperatore Qian Long. Il dubbio che nutro è che loro, per tutti gli sforzi che fanno per superare l’eurocentrismo e il sinocentrismo, restano limitati nell’ambito sino-asiatico, restano comunque ancorati entro i limiti della visione nazionale e non riescono ad allargare la prospettiva fino a comprendere gli scambi fra Asia e Europa. Punto ancora più importante è che loro affermano che l’Europa è imperialista ed anche la dinastia Qing lo è, addirittura in un libro uno studioso australiano dice che fin dalla dinasta Qin in Cina è iniziato l’imperialismo. Ma non ci spiegano come imperi tradizionali come la Turchia ottomana,la dinasta Qing e altri, possano essere considerati quali imperialismo,laddove l’imperialismo è caratterizzato dal capitalismo. Questo è il difetto di tali studi.

Il punto di partenza del moderno

Tornando alla questione del legame fra la storia cinese e la modernità, credo che sia necessario cambiare la prospettiva del problema, modificare le concezioni sia nell’ambito temporale sia spaziale. Ciò bisogna farlo su due versanti: uno è fare entrare la storia della Cina entro la storia mondiale, l’altro è far entrare  la storia del mondo in quella cinese. Mi accorgo sempre più che prendere il XIX sec. come linea di confine per la storia moderna è totalmente sbagliato.

Alcuni studi sviluppano ogni sorta di confronto fra le istituzioni europee e quelle cinesi, ma si tratta in realtà sempre di una sorta di eurocentrismo dove non vengono superati i confini della civiltà. Nell’ambito degli studi in Europa, in particolare nel campo degli studi artistici, vi è una corrente che ha evidenziato cone nel processo di modernizzazione europea vi siano elementi asiatici. Per esempio, l’arte contemporanea  è stata influenzata da Bosh e gli studi hanno scoperto come al tempo di Bosh molti fossero gli artisti di bottega venuti dalla Cina e quindi come diversi aspetti di quell’epoca fossero caratterizzati da un intenso scambio. In tal modo gli studi non dovrebbero più considerare la Cina e l’Europa come entità separate, ma provare a vedere semmai come queste “entità” si sono prodotte. Tali entità non devono divenire la nostra premessa logica, si tratta invece di interrogarci su come queste si siano stabilite.

Per esempio, nel XIII sec.non c’era ancora ciò che chiamiamo “Europa”, non era stata ancora inventata. A guardare la Cina dello stesso periodo sia per la letteratura sia per le istituzioni o altri aspetti, con sicurezza parliamo di un tutto completo, dall’epoca Yuan all’epoca Ming e Qing, la Cina ha avuto delle istituzioni stabili e molte di esse,come molte altre cose prodotte in quei periodi, nuove. La storia moderna cinese e quella europea dovrebbero prendere inizio intorno al XIII,XIV sec. Inoltre, la dinasta Mogul in India, la Turchia ottomana è in questo periodo che si formano.

Bisogna sapere se l’origine del capitalismo e l’origine della modernità siano caratterizzate da un legame stretto. Entro la comunicazione e gli scambi fra le sopracitate “civiltà”, il capitalismo si è generato lentamente e poi si è affermato. In tale epoca la Cina ha avuto un forte interesse verso il mondo esterno. La cosa che va sottolineata è che nell’osservare questa fase storica, bisogna comprendere il continente americano[…]

Globalizzazione come ultima realizzazione del colonialismo

La domanda che voglio porre è come mai a parità di condizioni, per ogni parte del mondo ci sono stati risultati diversi? Per esempio, la presenza dei cinesi nel sud-est asiatico in epoca Ming e Qing è stata molto forte, con una caratterizzazione di spostamenti migratori, eppure come mai rispetto agli europei presenti nelle medesime zone i risultati di tali attività sono stati diversi? Perché solo in Europa è sorto il capitalismo ed invece in Cina, Turchia, India e altre zone no?

Dobbiamo considerare che nel XVI sec. quando la Turchia ottomana si trovava al suo apice, ebbe con l’Europa il primo trattato ineguale che affrontava tra gli altri il diritto di commerciare, e questo trattato ha avuto un forte effetto sulla futura Turchia in fase di semi-colonizzazione. E’ stato il primo trattato ineguale che l’Europa ha firmato con altri territori. A quel tempo, la Turchia ottomana nella navigazione e in altri campi non poteva essere affrontata, eppure l’Europa attraverso il commercio ha ottenuto il proprio obbiettivo. Ciò rappresenta un punto di partenza dell’Europa. Arrivati al XVIII sec., lo sviluppo della rivoluzione industriale consentì il superamento rispetto ad altri luoghi, e l’imperialismo è in questo momento che prende piede dall’Europa. La modernità è senza centro ma è inserita dentro tale legame, così da far emergere per ogni luogo uno sviluppo differente. Poco dopo, nel XVIII sec, si è verificato un processo di unificazione e la globalizzazione è qui che inizia.

In merito alla globalizzazione, fra gli studiosi vi è dibattito, alcuni ritengono sia nata alla fine del XIX sec., includendo la globalizzazione sia economica sia dei movimenti delle persone. Un fenomeno interessante su cui porre l’attenzione è che quando la globalizzazione è emersa per la prima volta alla fine del XIX sec., fra le sue conseguenze vi sono state la diffusione del nazionalismo e la nascita del colonialismo.

Il socialismo ha certo un versante idealistico, ma ha dei punti in comune con il nazionalismo, cioè il controllo di uno spazio, assorbimento delle differenze in uno spazio, in base all’interesse del popolo stabilire chi proteggere. Dagli anni ’90 in poi, si è nuovamente manifestata la globalizzazione, molti studiosi considerano questa globalizzazione come postnazionale,postsocialista e postcoloniale. Nel mio Global Modernity esprimo la mia totale contrarietà. Sebbene si possa affermare che siamo dopo questo e dopo quello, tuttavia la configurazione reale è che non siamo affatto in un processo di unificazione del mondo, ciò che emerge invece è un processo di separazione. Interessante il fatto che diversi studiosi europei e statunitensi ritengono che, entro la comparazione fra Europa-Usa e Cina, la Cina non abbia modernità a causa della sua arretratezza. Ma alla fine del ‘900 proprio il processo di globalizzazione della modernizzazione ha rivitalizzato come fuoco che cova sotto la cenere le vecchie tradizioni anti-modernizzatrici in molti luoghi. A indagarne i motivi, entro il processo di globalizzazione si è avuta una diffusione del capitalismo da una parte, dall’altra tale diffusione non ha affatto eliminato lo stato-nazione, ma ha disperso la centralizzazione. Confini che superano lo stato mantengono molti gruppi di interesse, tali gruppi formano propri confini, la demarcazione fra di loro non si manifesta più in ciò che una volta era l’appartenenza nazionale […]

Condivido l’opinione di alcuni studiosi per cui non importa vi sia ancora o no lo stato-nazione, quale sia il suo futuro, se i suoi confini alla fine spariranno, noi invece nel campo della cultura dobbiamo avere necessariamente uno sguardo globale. Le istituzioni scientifiche del passato erano tutte legate sempre allo Stato, ora bisogna allargare la prospettiva. Globalizzazione non è solo processo economico, allo stesso tempo porta con sè la tendenza alla globalizzazione della classe politica. L’impero ha ancora un centro—chi ritiene che l’impero non abbia più un centro a mio avviso sbaglia—ma questo impero ha sempre più una natura cooperativa, al presente la classe politica di ogni posto che comprende il primo e il secondo mondo e alcuni intellettuali mondiali, vanno sempre più verso una direzione di accordo-cooperazione.

Certo, la maturità della modernità è avvenuta nell’Europa del XVIII e il XIX sec. Noi critichiamo l’Eurocentrismo ma bisogna anche accorgersi del fatto che l’Europa e la Cina, la Turchia e altri posti non sono uguali.Uno studioso inglese, nella prefazione ad un suo libro, in merito alle periodizzazioni della storia ha semplicemente escluso il periodo coloniale. In base alle sue classificazioni, il periodo coloniale del XVIII e XIX sec. è “proto-globalization”, così fa sparire il colonialismo. La mia prospettiva è esattamente all’opposto,la globalizzazione è proprio l’ultima realizzazione del colonialismo. Global Modernity è allo stesso tempo Colonial Modernity, la storia della globalizzazione è proprio il succedersi di fasi storiche caratterizzate dal colonialismo.Questa è storia materiale ed è anche storia del pensiero. [..]

Dushu (Reading) 7/2007 pagg.3-12

Traduzione: Disorientamenti

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